N-A-N-O tales: “Ellah” scritto da Stefano D’Auria

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disegno di Giacomo Porcelli

“N-A-N-O tales”
Ellah

Seduto vicino al vecchio tavolo di legno con lo sguardo perso nella tazza di caffè. Alza lo sguardo verso l’amico “Sei sicuro di questo Lucio?”
“E’ un Indaco” come se questo chiudesse la questione.
“Sarà” Mercurio sospira, capisce che è inutile insistere, ma non cede; sorseggia il caffè “non mi va l’idea che un estraneo metta il naso nel nostro lavoro. E’ mio, tuo e di Silvia e Farnese.”
Manfredi si porta una mano alla fronte, scuote il capo “A volte non so cosa pensare. Sei un genio, intelligente, brillante ma spesso ti comporti come un bambino. Il progetto sarà anche nostro, ma i suoi benefici saranno sentiti da tutta l’umanità. Non esiste mio, tuo o nostro.” Si scostò leggermente dal tavolo, spostò tutto il peso sullo schienale mettendo la sedia in equilibrio su due piedi “E’ un indaco, ha quattro lauree, tutte in campi che sicuramente saranno necessari per lo sviluppo della nuova nanotecnologia che hai in mente. Ne ho parlato anche con Silvia e Farnese e sono d’accordo con me. Abbiamo bisogno di lui.”

Picchia il dito più volte su un ritaglio di un giornale, Il Relatore. Un articolo molto elogiativo, Mercurio ci passa uno sguardo sopra. Non ci presta molta attenzione, una letture veloce di sfuggita senza prestargli molta attenzione. Non sopporta le lodi eccesive (rivolte a lui o a chiunque altro) e non riesce a mandare giù l’idea che qualcun altro si intrometta nel loro progetto. Si, va bene, è nell’interesse dell’intero pianeta, ma non riesce a comprendere perché Lucio e Silvia [lei non l’ha ancora sentita ma Manfredi non aveva motivo di mentire su questo argomento] insistono tanto  su questo punto. O forse non vuole capire. Voleva comunque il parere a quattr’occhi da parte di  Farnese.

“Quante volte ancora vuoi fallire?” la voce di Lucio lo scuote dai suoi pensieri
“Cos…”
“Abbiamo perso due anni solo per bloccare il processo di disgregazioni della tua formula. Abbiamo delle buone basi mediche, ma nessuna preparazione specifica. Leggiamo testi su ogni argomento medico, sia tradizionale che non. Eppure non riusciamo a risolvere tutti i difetti.” lo guardò dritto negli occhi “quante persone devono ancora morire?”
Mercurio sussulta, non fisicamente, ma Lucio l’ha schiaffeggiato, e anche forte. Dopo mesi sente ancora le urla di Francesco e di Giovanni nelle orecchie. Dopo mesi di sperimenti su topi e conigli (molti dei quali erano letteralmente esplosi) sembrava che fossero riusciti a stabilizzare il processo con cui le nanomacchine curavano le ferite. Francesco e Giovanni erano due fratelli, conoscenti della scienziata Silvia, non amici stretti ma sufficienti affinché Silvia rimanesse schioccata (anche se né Mercurio né Manfredi erano rimasti impassibili).

Avevano accettato di fare da cavie umane per il progetto sia perché si fidavano di Silvia sia perché condividevano parte delle loro idee (centrava anche il fatto che Manfredi avesse versato cinquecentomila euro sui conti delle loro famiglie), inoltre erano fiduciosi sulla riuscita. Erano mesi che tutte le cavie sopravvivevano senza complicazioni.
Niente di più sbagliato.

Francesco era morto dopo pochi secondi, gonfiandosi ed esplodendo in un mare si sangue e materia organica. Giovanni invece prima di fare la stessa fine del fratello vomitò sangue è altra roba. Le nanomacchine poi uscirono dalla testa sfondandogliela.

Manfredi e Mercurio erano riusciti ad occultare tutto, ma per mesi non riuscirono a toccare il progetto. Inoltre Silvia aveva avuto il coraggio di riprendere tale progetto solo da un paio di settimane.

“Dovresti aver capito che finché non comprenderemo perché è successo quello che è successo non potremo andare avanti. Inoltre avremo a disposizione una struttura molto più grande ed efficiente.”
Manfredi era piombato nella sua stanza quasi all’improvviso. Gli aveva sbattuto sotto il naso quell’articolo affermando che aveva risolto tutti i loro problemi.
Smithson, lo scienziato dell’articolo (Mercurio notò che non era riportato nemmeno l’iniziale del suo nome), a quanto dice il giornale, era un uomo molto famoso sia perché era un valido dottore sia perché molto facoltoso (stando a quello che dice Manfredi, è più ricco di lui di almeno sei volte), inoltre, sempre secondo Manfredi, Smithson aveva acquistato circa trecentomila acri di territorio sulle alpi (da quando la legge Massoni era passata, diversi territori del suolo italiano erano in vendita) e, sempre secondo a quello che sostiene Manfredi, vi ha costruito una casa e un laboratorio attrezzato di tutto punto.

“D’accordo Lucio. Avrai anche ragione sull’importanza delle sue conoscenze, ma perché spostarsi così lontano? Che n’è stato di quella tua isola artificiale? I giapponesi non avevano accettato di finanziare parte della costruzione?”
Lucio sbotta, anzi urla “Si, ma hanno appena iniziato a costruire le fondamenta. Ci vorranno almeno altri sei anni per poter vivere su Rebirth, e almeno otto per poter attrezzare un laboratorio adeguato. Ma perché cazzo sei così ostinato? Se la sperimentazione continuerà di questo passo ne io ne tu riusciremo a vivere abbastanza per vederla realizzata.”
Mercurio guarda Lucio con sorpresa e quasi con biasimo “Perché ha costruito una casa isolata dal resto del mondo, inoltre non mi fido di chi costruisce un laboratorio in mezzo alle montagne. Sa tanto di scienziato pazzo. E poi se non sbaglio non transigevi sul fatto che i fondatori del progetto non fossero Indaco I.A.C.U., e questo Smithson se ho capito bene non lo è.”
“Rimane comunque un Indaco. Ritornando alla pazzia, anche noi potremmo essere etichettati come tali, non pensi?” Osserva Mercurio, vi legge la frustrazione per i continui fallimenti, ma anche tanto dolore per quelle morti inutili “Senti, pensi che a me sia piaciuto starmene fermo mentre quei due disgraziati facessero quella fine? Un conto è un sacrificio, ma così rischiamo che la loro morte diventi inutile.” Manfredi insiste su quel punto, sa provocare abilmente i sensi di colpa in Mercurio.
L’uomo l’ha capito subito, ma sa che anche l’amico ha ragione. Ha ancora gli incubi, un aiuto avrebbe fatto comodo, inoltre Smithson è un altro scienziato. Eppure ha una strana sensazione, non sa dire che cosa, ma sente qualcosa nel suo animo, qualcosa che gli dice di diffidare di quell’uomo.
“Senti Mercurio non voglio obbligarti, ma se non per te pensa almeno a Silvia e Farnese.” si lascia sfuggire un mezzo sorriso, Mercurio non sé né accorge, o forse si ma l’ho da a vedere.

Prende il ritaglio e osserva ancora la foto. Smithson sembra avere sui quarant’anni, veste con un completo nero e camicia bianca; se non fosse stato per i capelli lo si sarebbe scambiato per il fratello di Manfredi. La sensazione non svanisce, tuttavia sente anche che Lucio ha ragione, non deve morire più nessuno, non in quel modo orribile.
“D’accordo Lucio. Non sono ancora convinto del tutto, ma vale la pena provarci. Però al mimino sospetto piantiamo tutto OK?”
Manfredi fa cenno di sì, ma sembra che non abbia ascoltato l’amico sopra l’ultima frase. In effetti non l’ha fatto “Bene, prepara le valige. Partiamo stanotte”
“Come stanotte? Dobbiamo preparare le attrezzature e il resto. Inoltre…”
Un largo sorriso compare sul viso di Manfredi “Ero sicuro che vi avrei convinto. Ho trovato quell’articolo tre settimane fa. E’ stata un manna dal cielo. Silvia ha accettato subito, ho dovuto faticare un po’ con Farnese ma ero sicuro che avrebbe capito. Vedi amico mio, ho organizzato tutto, viaggio, trasloco e quant’altro da dieci giorni.”
Mercurio fa per parlare, un pensiero lo colpisce “Hai già contattato Smithson, gli hai parlato del progetto.”
“Non fare quella faccia. Se hai accettato sei convinto che sia la cosa migliore. Non sei così ingenuo da farti manipolare da qualcuno, neanche da me. Inoltre Smithson sa solo che abbiamo bisogno del suo aiuto per un progetto e i tuoi traguardi nel campo delle nanomacchine gli faranno gola. Per quanto riguarda le attrezzature la lasciamo qui, portiamo solo i risultati, Smithson ha detto che avrebbe approntato un laboratorio più adeguato per il nostro arrivo”
Manfredi era in delirio, sprizzava gioia da tutti i pori.
Mercurio ha di nuovo quella sensazione, quella cosa fredda che sembra avvertirlo, ma non quando pensa a Smithson, ma quando pensa a Manfredi.
Tuttavia un altro pensiero lo attraversa “Stupido, ti senti in colpa per quei due disgraziati non è vero? E allora cerca di rimediare, se farai attenzione tutto andrà per il meglio.”
E’ andiamo “Forza Lucio. Prepariamo i bagagli”.

Il freddo penetra nello ossa e nella carne. Le sembra che il corpo gridi per il dolore. Si stringe il pesante capotto di lana al corpo. Silvia sapeva che la proprietà di Smithson era a circa millecinquecento metri di quota, tuttavia non si immaginava certo di percorrerla in un elicottero vecchio di almeno sessant’anni.
Lei, Lucio Mercurio e Farnese erano partiti dalla Campania due giorni prima. A causa della neve l’aeroporto di Linate era stato chiuso fino a data da stabilire, tuttavia Manfredi era ansioso di arrivare ad Ellah (questo il nome che Smithson aveva dato alla sua proprietà) e aveva speso una fortuna per noleggiare un vecchio scassone del 2015 da un vecchio che viveva i una specie di hangar a due chilometri dall’aeroporto, il quale diceva che la sua ditta garantiva “Dei trasporti efficienti fra Il Regno di Napoli e La repubblica di Milano senza nessuna complicazione”, Silvia era sicura che fosse un giro di contrabbando ma si guardò bene dal fare commenti. Dopo un viaggio allucinante, sia per il viaggio che per il costo (cinquecentomila euro), erano arrivati a Milano. Avevano preso un treno per Trafaldi, la cittadina che faceva da collegamento fra Ellah e il resto del mondo. Infatti Smithson aveva comprato anche lo spazio aereo sopra la sua proprietà e l’unico mezzo di trasporto era quel vecchio elicottero (dalla puzza andava ancora a benzina) che partiva dalla cittadina è in circa mezz’ora portava alla tenuta.

Il vento si era alzato subito, facendo sobbalzare l’elicottero. Manfredi aveva vomitato così tanto che ormai non aveva più nulla  in corpo. Silvia e Mercurio avevano sorriso vedendo l’amico, sempre così serio e determinato piegato in due dal mal d’aria. Farnese imperscrutabile guardava fuori.
Silvia aveva riletto più e più  volte i documenti che Manfredi si era procurato sul conto di Smithson. Nato nel 2012 (l’anno della presunta fine del mondo) in una cittadina dell’Oregon (cancellata dopo la trasformazione degli Stati Uniti da stato federale a una comunità di Federazioni, infatti dal 2038 si chiamavano ufficialmente FSA, federation states of america). Brillante e geniale, a soli ventitre anni  aveva già conseguito ben quattro lauree: Ingegneria genetica, medicina, anatomia e neurochirurgia, con vari master conseguiti in quasi ogni disciplina medica. Era stato assunto nell’Università di Washington a venticinque anni.
Poi le sue tracce sparivano per circa sette anni. Era ricomparso quasi dal nulla tempo dopo.
A trentasei anni il governo lo aveva assunto come ricercatore per un progetto segreto. Dopo tre anni era stato espulso dal paese e si era trasferito; l’articolo che aveva letto (quello che Manfredi aveva visto per primo) era il motivo per cui aveva accettato la proposta di Lucio di lavorare con lui.
Intervistato dal giornalista, alla domanda sul perché avesse lasciato gli FSA per trasferirsi nel Nuovo Continente Africano e più precisamente in Italia, e perché nella repubblica di Milano, lui aveva risposto “Ero stanco. Tutti sono interessati al loro tornaconto, al loro guadagno personale, a nessuno importa veramente della ricerca. Se rendesse, sono sicuro che torneremo a cercare di comprendere il sesso degli angeli”
“Tuttavia lei è uno degli uomini più ricchi del mondo” continuava il giornalista, la sua società, la  Velarition Incorporated, è una delle cinque più importanti società produttrici di software del mondo. Non le sembra da ipocrita questo discorso.”
“Perché? Se io sono ricco per quale motivo dovrei infischiarmene del disinteresse della ricerca per il guadagno? Anzi proprio perché sono già ricco sfondato posso permettermi di parlare così. Capisco che la ricerca da sola non riempia lo stomaco, tuttavia pensare al solo ricavo economico mi disgusta.”
L’intervista continuava ma a Silvia non interessava. Le importava solo di quelle parole, l’avevano colpita in un modo che lei stessa non sapeva spiegare. Non era solo ipocrisia (o forse lo era ma lei non voleva crederlo), quell’uomo credeva in quello che diceva.

E così si erano messi in viaggio per raggiungere Ellah. Che cosa si fossero detti Smithson e Manfredi era un mistero. Sapevano solo che Manfredi aveva parlato ancora della sua idea di salvare il mondo. Sorrise. Se qualcuno l’avesse sentito forse l’avrebbe preso per un pazzo, ma in fondo era quello che cercavano di fare.
Comunque non sapevano nient’altro del dialogo fra i due. Silvia non aveva chiesto niente perché era sicura che contattare Smithson era la cosa migliore che potessero fare per il loro progetto (e anche per le loro coscienza, anche se Silvia non l’avrebbe mai ammesso), Mercurio invece era sulle sue, non voleva fare domande, perché era sicuro che nessun estraneo dovesse mettere le mani sul loro progetto, anche se quell’estraneo era un indaco, ma si rifiutava di avere altre morti inutili sulla coscienza. Scosse la testa; era sempre stato testardo ma mai in questo modo. Nuovamente imperscrutabile, il volto di Farnese rimase a guardare il panorama bianco investito dalla tormenta.
Mercurio aveva ancora quella sensazione allo stomaco, non sapeva che cosa era, ma l’aveva. Una brutta sensazione, qualcosa di indefinito ma anche di pericoloso; non aveva mai avuto nulla di simile.
Era uno scienziato, aveva sempre deriso le sensazioni extrasensoriali o comunque non scientificamente dimostrabili. La sua era una sensazione stupida, eppure non riusciva a lasciarla andare. Comunque era lì, su quell’elicottero sgangherato e antidiluviano, in mezzo ad una tormenta con un pilota che parlava a stento l’italiano (a giudicare dalle imprecazioni che lanciava continuamente, doveva essere russo), quindi ormai era troppo tardi per tornare indietro.

L’ennesimo sballottamento dell’elicottero, unita all’ennesima imprecazione del pilota, smosse tutti dai loro pensieri. Erano su un elicottero vecchio di almeno ottant’anni, pilotato da un russo che puzzava di alcol, in mezzo ad una bufera di vento, rischiando di precipitare ad ogni secondo (senza contare che Manfredi vomitava ogni istante). Mercurio imprecò contro se stesso per essersi fatto convincere a partire, e anche contro Lucio.
“Noi arriva ora.” Il terribile italiano è reso ancora più orribile dalla voce gutturale dell’uomo. Si affacciano dai finestrini, la costruzione più sopra sembra scavata all’interno della montagna, si vedono solo una grande balconata metallica per l’atterraggio e la partenza degli elicotteri e delle enormi vetrate dalla parte opposta. Circa cento metri più su si vedeno degli enormi impianti fotovoltaici (Silvia si chiese come facessero a stare lassù senza cadere visto che sembravano sospesi nel vuoto).
L’elicottero inizia la fase d’atterraggio. Dieci metri più avanti c’è un uomo. Veste con un pesante giaccone di pelle che va dal collo alle caviglie, due stivali di tipo militare, un paio di guanti anch’essi di pelle e una lunga sciarpa avvolta attorno al collo con un lembo che svolazzava su di un lato. Tutti i vestiti sono neri, che quasi stonano con il paesaggio chiaro attorno all’uomo. Nella mano destra stringe il pomolo di un bastone da passeggio, con la sinistra si chiude ancora di più i lembi della giacca. Contrariamente all’abbigliamento, aveva dei capelli bianchissimi, quasi d’argento.

Scendono dall’elicottero (Manfredi praticamente si catapultò a terra per sentire il suolo sotto i suoi piedi) con le pale che ancora ruotano. Si avvicinano verso l’uomo, il quale fa un gesto strano con la mano sinistra poi, vedendo l’elicottero che ripartiva capirono che gli aveva fatto cenno di andare.
Si avvicina e stringe loro le mani “Benvenuti, benvenuti. Spero che abbiate fatto un buon viaggio, per quanto possa essere buono viaggiare in un elicottero pilotato da Kratchenko. Visto il vento scommetto che il signore qui presente abbia vomitato anche l’anima.” Si china verso Manfredi, il quale è ancora provato dal volo, infatti è piegato in due “Forza, alzati e respira” lo afferra per un bracciò e lo tira “respira a pieni polmoni. Non c’è nulla di meglio contro la nausea. Inoltre non credo che abbiate mai respirato aria così pulita, né mai visto un ambiente così incontaminato, mi ci gioco la vita” mentre parla compie un ampio gesto del bastone per indicare le montagne e la valle circostanti.
In effetti è così. Ormai il concetto di natura incontaminata esisteva solo nelle grandi aeree recintate degli zoo biologici, quasi tutti gli spazi verdi erano divenuti delle colate di cemento.
Silvia era praticamente rapita dal paesaggio e dalla magnifica vista; l’uomo le sì avvicina “Splendido vero ragazza? Sono contento che ci sia ancora qualcuno che apprezzi la natura incon… ma dove ho la testa. A furia di stare da solo non ho pensato alle vostre esigenze. Sto qui a parlare invece di fare il padrone di casa” prima che potessero dire o fare qualcosa afferrò una delle borse di Mercurio e si sì incamminò verso le vetrate “Forza, venite, venite. Parleremo al caldo e magari davanti ad un buon thè.”
Farnese rimane ad osservare l’uomo in nero che cammina arrancando eppure con decisione. Osserva il paesaggio attraversato dal vento montano che porta neve ed odori. Soli con un uomo di cui sanno poco, sa tanto di film horror. Sciocchezze pensa, sono solo stanco del viaggio. Si incammina per raggiungere il loro ospite.
Il vento continua a soffiare.

fine prima parte…

Stefano D’Auria

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