N-A-N-O tales: “Ellah – 2° parte” Scritto da Stefano D’Auria

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disegno di Giacomo Porcelli

disegno di Giacomo Porcelli

Per leggere la prima parte di “Ellah” cliccare questo link

“N-A-N-O tales”
Ellah – 2° parte

Tutti camminano verso le vetrate seguendo l’uomo in nero, tranne Mercurio. Rimane fermo lì, immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto. “Tutto bene?” la voce di Silvia sembra distogliere Mercurio dai suoi pensieri. Scrolla la testa come se l’amica l’avesse schiaffeggiato “Non ha mai cambiato espressione. Nemmeno una volta.” Silvia è sorpresa, ma prima che possa dire o fare qualcosa dire qualcosa Mercurio aggiunge “Quando ha fatto ripartire l’elicottero, quando ci ha salutati, quando ti ha parlato. Il tono di voce cambiava, ma non il viso, era sempre la stessa maschera impassibile.” Silvia rimane un attimo senza parole; colpita dal paesaggio montano non ci ha prestato molto attenzione caso. Poi “Fai sempre caso alle cose più strane.” Si rimette in cammino per raggiungere gli altri.
La segue di qualche passo “Sarà, ma a me non piace. Accidenti a me quando mi sono fatto convincere.” Tiene quest’ultimo pensiero per sé.

L’uomo, che zoppica abbastanza vistosamente, fermatosi vicino ad una delle vetrate, si volta. Vedendo che Manfredi e Farnese l’hanno raggiunto e che Silvia e Mercurio si avvicinano, preme un pulsante e le vetrate si aprono come una vecchia porta automatica degli anni dieci. Entra e posa la borsa vicino all’entrata, si toglie la giacca e la sciarpa e l’appende ad un attaccapanni “Avanti posate le borse qui” picchia il bastone sulla borsa di Mercurio “vivo da solo, l’unica mia compagnia sono Kratchenko o qualcuno dei suoi quando mi vengono a portare i rifornimenti. Ogni tanto scendo in paese. Non che mi dispiaccia la compagnia però… Diavolo, sono un vero orso, sto qui a parlare e non mi comporto da ospite. Sistemate pure i vostri abiti li sopra” indica l’attaccapanni “Lei può gettare qui il sacchetto” si rivolge a Manfredi e indica una specie di cassetto “porta all’inceneritore. Io mangio sempre qui, in questo modo risparmio tempo”.

Manfredi getta il sacchetto, mentre Farnese è il primo a togliersi giacca e cappello, imitato poi dagli altri dopo qualche istante. L’ingresso dalla balconata porta in una specie di grosso salone, con pareti dipinte di bianco e, fatta eccezione per l’attaccapanni vicino alle vetrate, completamente spoglie. Al centro un tavolo di legno con un grosso posacenere di marmo, accanto un divano di pelle nera e diverse poltrone. Sul lato opposto delle vetrate vi sono una grossa libreria che copre tutta una parete letteralmente stracolma di libri, al punto che sembra stia per cedere sotto il peso; sulla parete alla loro sinistra ci sono un mobiletto, anche’esso di legno, e un orologio a pendolo. Alla loro destra la parete è invece completamente spoglia, tranne che per una porta chiusa.

Da un lato Smithson (non si era ancora presentato ma era indubbio che fosse lui) ostenta ricchezza, dal 2016 è vietato fabbricare mobili di legno e quindi quest’ultimi erano diventati rarissimi, inoltre il salone poteva tranquillamente ospitare un campo da tennis; tuttavia c’è anche un’atmosfera di sobrietà, forse sia perché Smithson  non dava l’impressione di un uomo vanitoso che sbatte in faccia la ricchezza agli altri sia perché (a parte l’orologio) tutti gli oggetti d’arredamento sembravano avere una specifica funzione. Comunque non sono lì per giudicare “Forza, non rimanete lì imbambolati, sedetevi.” Lo voce di Smithson scuote tutti dai loro pensieri; si è messo fra il divano e il tavolo e appoggia i guanti su quest’ultimo. Le mani sono piene di piccoli tagli e sono molto callose. Si avvicinano alle poltrone e si siedono. “Dunque…” Manfredi, seduto fra Mercurio e Farnese, è il primo a rompere il silenzio “penso che il modo migliore per rompere il ghiaccio sia fare le presentazioni. Io sono Lucio Manfredi, ha parlato con me al telefono. Il signore alla mia sinistra è Mercurio, quello a destra è Farnese. La signorina è Silvia Florakis. E’ lei…”
“Jonathan Smithson. Piacere di conoscervi. Spero vi troverete bene qui ad Ellah, non per vantarmi ma è il posto più bello del mondo. Anzi dovete assolutamente visitare la valle. E’ una delle meravigl…”
“Scusi” Farnese era chiaramente spazientito “ma non siamo qui per fare una vacanza. Siamo qui per lavor…” la reazione di Smithson coglie tutti di sorpresa. Sbatte il bastone sul tavolo così forte da scheggiarlo “Per chi mi ha preso? Per un ricco viziato ed annoiato che non sa come passare il proprio tempo? Il signor Manfredi mi ha dato molte informazioni sul vostro lavoro, ho anche allestito un laboratorio per poter lavorare. Conosco molto bene il vostro progetto, le vostre idee. E anche i vostri problemi. Preferirebbe lavorare con addosso il fiato di qualche finanziatore impaziente, o con un ansia continua? Perché se è così posso senz’altro accontentarla!”  Il tono della sua voce è alto, praticamente urla. Tutti trasalirono, perfino Farnese, sempre così imperturbabile,  rimane sorpreso dalla reazione dell’uomo.  Deglutisce, visibilmente nervoso “Se l’ho offesa signore scusi. Non avevo intenzione di…” Smithson avvicinò la faccia vicino a quella di Farnese fino a quasi a toccare naso e naso “C’è l’aveva eccome. Non menta. Ha tirato le sue conclusioni senza riflettere è mi ha offeso. Inoltre non accetterò le sue scuse fino a che non me le farà sinceramente.”
Per qualche secondo nessuno dice nulla, poi Farnese si alza imprecando “Ma chi si crede di essere? Prima ci accoglie a braccia aperte, poi ci urla contro. Ci sbatte in faccia i suoi soldi e pretende rispetto. Idiota, stupido, imbecil…” lo schiaffo di Manfredi lo fa tacere di colpo. Non era stato un schiaffo forte (un buffetto più che altro) tuttavia Farnese rimane scosso per il gesto “Chiudi il becco!” Il suo tono è gelido, senza emozioni, segno che è arrabbiato “Ha ragione. Ti conosco troppo bene. Avevi tutta l’intenzione di offendere” pianta gli occhi su Farnese “Sei partito convinto che ci avesse accolto qui solo perché non aveva altro da fare. Che fosse un ricco annoiato”  si avvicina ancora di più a Farnese. Non ha due occhi, ma due fessure di fuoco “La prossima volta collega il cervello con la bocca prima di parlare oppure te la rompo io. Chiaro?”
“Senti Lucio non puoi…” Farnese ha la gola secca, balbetta, cerca di giustificarsi “Ho detto: CHIARO?” il tono di Manfredi non ammette repliche. Annuisce con la testa. Manfredi annuisce a sua volta.

Farnese è  furioso sia con Manfredi che con Smithson perché hanno ragione; è partito subito alla conclusione di trovarsi di fronte ad uno stupido, inoltre in quel momento si rende conto di aver esagerato con le parole. Silvia è fortemente imbarazzata, Farnese non è un chierichetto ma non ha neanche un cattivo carattere, tuttavia ha la pessima abitudine (rimproveratagli più volte da molte persone, amiche e non) di etichettare le persone che non gli vanno a genio, o meglio che ritiene dei pessimi scienziati e visto che Smithson non li aveva subito accompagnati ad un laboratorio gli aveva preso le misure sbagliate. Silvia si alza, posa una mano sulla spalla di Farnese e lo sguardo su Manfredi “Su ragazzi, vediamo di darci tutti una calmata. Stiamo facendo una pessima figura. Il signor Smithson cercava solo di farci stare a nostro agio, e tu Farnese volevi forse metterti al lavoro subito? Abbiamo viaggiato per più di trentasei ore, abbiamo mangiato poco e male e dormito ancora peggio. Ora come ora non saprei distinguere una provetta da un bicchiere.” Le parole di Silvia calmano sia Manfredi che Farnese, il primo perché ha capito il forte imbarazzo e quindi è sicuro che non farà altre uscite indecorose, il secondo perché comprende i suoi errori.
“Scusi se l’ho offesa signor Smithson. Ho parlato senza riflettere e dandomi delle arie di superiorità.” Farnese è sinceramente dispiaciuto per quella figuraccia, tuttavia Smithson non da segno di volerlo perdonare, o almeno così sembra. Le sue parole li sorprendono di nuovo. “ORA le sue scuse sono sincere, quindi le accetto con piacere. E anch’io ho esagerato con la mia reazione quindi anch’io le chiedo scusa.” Riprende dopo un attimo di pausa “Bene allora gradite un thè oppure qualcosa di più forte? Ho delle bottiglie di Jack Deniel invecchiato del 2020, un’ottima annata. Posso versarne un bicchiere.”
“Solo del thè per me” dice Silvia contenta del fatto che Farnese abbia fatto marcia indietro. Sia lui che Manfredi accettano il thè, Mercurio invece rifiuta. Sembra distratto da qualcosa, e Silvia può indovinare da che cosa. Se Smithson ha intuito i suoi pensieri, non lo da a vedere. Emette un suono simile a qualcuno che sorride “Allora del thè per voi. Bene, accomodatevi o date un’occhiata in giro se preferite. Io vengo subito, il tempo di far bollire l’acqua” detto questo esce dalla porta prima che Silvia potesse dirgli qualcosa.
Si chiede come farà a portare il thè con una mano occupata dal bastone “Stai calma Silvia” sa che l’amica è il tipo di persona che va in ansia abbastanza facilmente, specialmente riguardo a persone che trova simpatiche “se avesse bisogno di aiuto c’è l’avrebbe chiesto” Manfredi sa che l’amica è ancora preoccupata, ma almeno si calmerà. Nel frattempo sta dando un’occhiata alla libreria.

Ci sono di libri di tutti i tipi: romanzi, saggi, trattati scientifici, filosofici, religiosi. Apparentemente disposti a caso, in quanto gli autori erano sì in ordine alfabetico, ma sembrava che fossero ordinati anche per argomento tuttavia Manfredi non riusciva a comprendere come potessero essere accostati insieme “L’ascesa di Horus” di Dan Abnett, con “Analisi delle religioni nei secoli” di François Abdervont del 2023, oppure fra “Il Signore degli Anelli”  di J. R. R. Tolkien con Il bestiario dei romanzi fantasy di Giuseppe Tollani. E’ vero che tutti e quattro i libri erano dei pezzi rari, eppure non riesce a stabilire una connessione fra di loro (non aveva nessuna idea di chi fossero Abnett o Tolkien, e di Tollani aveva letto solo qualche articolo su qualche rivista di antropologia, mentre Abdervont era un nome molto noto, in quanto era stato uno dei primi a criticare la Nuova Repubblica Francese). Contempla ancora la libreria per diversi minuti, notandovi La Divina Commedia di Alighieri e un Commentario di Benvenuto da Imola, Dissertazioni matematiche di Alharez, un trattato di fisica di William Golden, persino “Mein Kampf” di Adolf Hitler e molto altro ancora. La cosa strana era che non vedeva trattati di medicina, o almeno così gli sembrava “Insomma che cos’hai? E da quando siamo arrivati che sembri perso nel vuoto” è la voce di Farnese, sembra aver dimenticato (in realtà no ma vuole farlo) l’incidente con Smithson e si  rivolge a Mercurio “Non l’avete notato?” risponde Mercurio come se l’amico non avesse parlato, Manfredi (che aveva iniziato a sfogliare un libro intitolato “Potrei non essere io” di un certo Vincenzo Di Pino) dice “Se ti riferisci al quel suo sbalzo d’umore sì.” Silvia s’intromette ricordandosi dell’osservazione di Mercurio appena scesi dall’elicottero “Si riferisce al fatto che Smithson non cambia mai espressione” Manfredi e Farnese ci pensano su; effettivamente è vero. Sia quando li ha salutati sia quando era scattato per l’affermazione di Farnese, era rimasto sempre con il volto impassibile. Forse prima voleva sorridere è non ci è riuscito.
“Paralisi totale dei muscoli facciali dovuta ad una grave lacerazione dei nervi stessi” tutti si sentono preda sia della sorpresa che dell’imbarazzo più totale, Smithson rientra nella stanza con un carrello con sopra una teiera, una zuccheriera e tre tazze, sembra; non l’hanno sentito arrivare (Mercurio si chiese come avesse fatto ad entrare così facilmente visto che aveva una sola mano libera) “Scusi signor Smithson. Non volevamo essere indscre…” Smithson interrompe Silvia  con un cenno della mano “Primo non chiamatemi più signore, basta solo quest’epiteto a farmi sentire ancora più vecchio, chiamatemi Jonathan, o Johnnie se preferite; secondo non preoccuparti, so bene che questa mia stranezza è la prima cosa che si nota” ferma il carrello vicino al tavolo “Servitevi pure. Non sono un cuoco, ma spero che il mio thè vi piaccia, io invece a quest’ora preferisco qualcos’altro” si avvicina al mobiletto, tira fuori un bicchiere, lo posa sopra il mobiletto e ci versa dentro del whiskey. Finì a riempirlo del tutto. Chiude il tutto e si siede sul divano, con il bicchiere in una mano e le gambe accavallate. Inizia a sorseggiare il whiskey, facendo passare il suo sguardo su tutti loro “Allora volete sapere di questa mia particolarità” Silvia cerca di parlare, Smithson le fa cenno con la mano di tacere “Il vostro amico Mercurio sta letteralmente morendo di curiosità, e in fondo anche voi.” tracanna il resto del liquore in un solo sorso “Scusi potrebbe riempirmelo ancora? E mi prenda anche la scatola che vede all’interno del mobiletto” parla a Farnese. Silvia teme che possa dire ancora qualcosa, tuttavia non lo fa.
Riempie il bicchiere a Smithson con dell’altro whiskey, glielo porge e posa la scatola sul tavolo “Grazie mille. Non siete i primi a cui ho raccontato questa storia; l’ho già fatto diverse volte tuttavia non sono ricordi piacevoli, ho avuto gli incubi per anni. A volte mi chiedo come abbia fatto a non tagliarmi le vene o a impiccarmi” sospira e svuota il secondo bicchiere, lo gira e lo posa capovolto sul tavolo, come per obbligarsi a non bere più. Prende la scatola, ne trae fuori un sigaro. Allunga la scatola verso di loro come per offrire, ma rifiutano tutti, nessuno di loro fuma. La richiude, prende un accendino con tagliasigari dalla tasca interna della giacca, lo taglia poi, prima di metterlo in bocca, arroventa l’estremità sulla fiamma dell’accendino, infine lo accede del tutto. I suoi movimenti sono stati molto lenti, quasi studiati, come se volesse rimandare il racconto. Silvia, che ha già sviluppato una certa simpatia per Smithson, cerca di dire qualcosa ma Farnese le posa una mano su una spalla e le fa segno di tacere.
Se Smithson volesse evitare di raccontare, non avrebbe tirato in ballo l’argomento.

Tira qualche boccata col sigaro, poi lo taglia spegnendolo “Avete letto della mia carriera?” gli altri annuiscono “allora sapete che ci sono sette anni di buio fra la mia nomina a professore di Genetica all’Università e il mio ritorno. Per farla breve, fui fatto prigioniero dalla Brigata Nera, un cartello colombiano di trafficanti d’armi.” Manfredi è perplesso. Praticamente da sempre legge almeno quattro quotidiani al giorno e ascolta quasi tutti i notiziari, ma non aveva mai sentito parlare di questo gruppo. “E’ normale che non lo conosca” dice Smithson intuendo i suoi pensieri “il governo delle federazioni sudamericane ha sempre filtrato le notizie sui gruppi armati all’interno del loro territorio per evitare altri crolli in borsa” si interrompe per riordinare i pensieri, come se stesse ricordando “Volevano evitare un altro tracollo come quello del 2012” ricordano tutti quella storia. Ci erano voluti almeno sei anni affinché l’economia iniziasse a girare. “Comunque ero andato lì con due miei colleghi per una ricerca su un ceppo di malaria che aveva colpito la Colombia. Appena arrivati a Mitu, una città vicina al confine brasiliano, il nostro albergo fu attaccato dalla Brigata Nera. Uno dei miei amici, il dottor Eymerich, fu ucciso da un proiettile vagante e si accasciò al suolo. Lo rivedo ancora steso nella polvere con il sangue che si spande. Rapirono me e altre trenta persone” se Smithson era nervoso lo controllava bene, perché le sue mani non tremano e la sua voce era regolare “Nicolas fu fortunato. Morì subito. Non so chi o cosa cercassero, ma non lo trovarono. Qualcuno mi riconobbe da una foto. All’epoca non ero così ricco, ma ero comunque sufficientemente benestante da potermi pagare un riscatto. Mi trascinarono con loro, gli altri, compreso il dottor Fiato, l’altro mio collega, furono prima riempiti di tagli e ferite superficiali poi gettati in un fiume infestato dai piraña” ha lo sguardo perso nel vuoto fisso davanti a se, stringe il resto del sigaro così forte da sbriciolarlo, apparentemente indifferente al moto d’orrore dei suoi ospiti “I sette giorni successivi passarono fra pestaggi e umiliazioni varie. Mi pisciavano addosso, mi sputavano nel cibo e anche peggio. Uno di quei bastardi mi colpì la gamba così forte da spezzarmi la rotula. Non è mai guarita del tutto nonostante siano passati quasi vent’anni” si tocca la gamba sinistra con la mano “All’inizio pretendevano cinque milioni, poi dieci. Non cedevo, che mi spaccassero pure la testa, non avrei pagato. Dopo diverso tempo, non ho mai capito quanto ma penso circa un mese, decisero di passare ad un altro strumento, oltre la fame e i pestaggi” Silvia deglutisce forte, non immagina che cosa potesse essere peggio; Farnese né ha un’idea “La tortura” dice, Smithson annuisce “Per meglio dire passarono ad un nuovo livello di tortura. Comunque mi legarono su una parete fissando gambe e braccia in modo che rimassi sempre in piedi. L’uomo che entrò da quella porta mi sembrò un demone dell’inferno venuto a prendere la mia anima. Era un gigante, ero a circa dieci centimetri da terra, sono alto un metro e ottanta e quell’uomo mi superava di circa dieci centimetri” se non fosse stato per i frammenti si tabacco che continuava a stringere nella mano destra, ignorando i sospiri d’ansia degli altri, nessuno avrebbe detto che stava raccontando una vicenda personale ma solo narrando un film o simile “aveva una specie di sacca nella mano destra. L’aprì è ne trasse fuori degli aghi  lunghi e sottili. Non capivo che cosa volesse fare, fino a quando non mi piantò tre di quegl’aghi nella nuca” rafforza il suo racconto imitando il gesto con la propria mano destra “Tossì sangue così forte che mi sembrò di svenire. Quel bastardo conosceva i punti di pressione dell’agopuntura, e anche molto bene. Ma non limitò a farmi sputare. Mi inserì un ago in quasi tutto il corpo, facendomi vomitare, contrarre i muscoli, sputare anche di peggio oltre al sangue” si massaggiò in diversi punti “La prego signor Smithson non deve…” ignora Silvia completamente, ormai è preda dei ricordi, dove raccontare tutto “Non so quanto tempo passò. Ore, giorni, settimane. L’unica cosa che ottenne da me furono insulti. Alla fine, vedendo come fosse frustrato, riuscii anche a ridere, anche se mi faceva male tutto il corpo” si massaggia le guance, come se rammentasse il dolore “ Allora, furente come un demone, mi agguantò la testa è infilò gli aghi dentro la faccia con tale forza da slogarmi quasi la mascelle “Vuoi ridere?” mi disse con la sua voce roca “Ora non lo farai mai più!” Si era avvicinato così tanto che riuscivo a contargli i denti. Gli morsi il naso con tale forza da strappargli via un lembo di carne. Si allontanò da me con il sangue che scorreva sulla sua faccia. Poi, in preda alla rabbia, sì scagliò verso di me e mi colpì ripetutamente con pugni e calci. Non so cosa avvenne poi, forse me lo strapparono via, fatto sta che mi ritrovai in una cella in una specie di caverna, sporco di sangue, muco e vomito. Mi avevano medicato i tagli alla bell’e meglio, avevo ancora dolori lancinanti ma almeno non sanguinavo. Arrancai verso una pozza d’acqua per vedermi in faccia. Sorridevo fra me e me per avergli dato filo da torcere, o meglio volevo sorridere, ma il mio viso non si muoveva. Fui travolto dall’orrore. Mi colpì alla faccia per farmi male, e nessun muscolo cambiò. Sentivo il dolore ma i muscoli erano immobili. Piangevo e ancora niente.” Passa una mano sulla faccia e la ferma sulla gola “Mi aveva distrutto i nervi facciali. In maniera irreversibile. Non posso più cambiare espressione. Il mio viso è ridotto ad una maschera immutabile” si ferma e guarda Manfredi e gli altri. Silvia e Mercurio sono delle maschere d’orrore, Manfredi suda come un uomo nel deserto e perfino Farnese è sconvolto. “Chiedo scusa, ma ogni volta che comincio non riesco ad interrompermi. Devo andare fino alla fine. E non fate quelle facce” parla quasi con tono accusatorio. “Ho smesso di avere gli incubi da anni. Come ho già detto, sono ricordi terribili, ma riesco a conviverci.”

Farnese è il primo a riprendersi “Come fece ad andarsene da lì?” non che gli interessi tanto, ma dove alleggerire la tensione che si è creata. Smithson fa cadere il resto delle briciole del sigaro nel posacenere sul tavolo “Forse fu il destino, forse solo un caso, dipende in che cosa credete. Dopo qualche ora la terra iniziò a tremare, prima lentamente poi più forte. Frammenti di soffitto piombavano a terra, sentivo le urla degli uomini sopra il trambusto della terra. Ero sicuro che fosse finita, che fosse la fine. Chiusi gli occhi e aspettati. Ma non accadde nulla, la terra smise di tremare, il soffitto di crollare, e io ero ancora lì. Riaprì gli occhi. Dopo sforzi immani riuscì a sollevarmi da terra. La parete della mia cella era crollata lasciando una varco. Uscì tenendomi aggrappato alla parete, c’erano diversi corpi a terra, armati e non. Alcuni erano stati schiacciati dai frammenti del soffitto, altri erano stati colpiti alle spalle dai loro compagni. Afferrai un fucile che giaceva in una pozzanghera di fango e sangue, il proprietario era stato ucciso da una coltellata nello stomaco, e lo usai come un bastone e iniziai a trascinarmi fuori. Dio mi aveva aiutato.” I suoi occhi brillano  “Nonostante i crolli, la via verso la mia libertà era aperta. Le porte aperte, i banditi morti. Trovai perfino una ghirba piena d’acqua” sospirò “erano tutti morti. Incontrai solo cadaveri, fra cui anche il gigante che mi aveva torturato; era rimasto schiacciato da una roccia franata, gli era precipitata sulla testa. Più avanzavo, più capivo di non essere in una caverna ma in una specie di fortino. Infatti, come scoprì una volta uscito, era una specie di pueblo. Ma ero troppo stanco per ammirare il luogo.” Si ferma un attimo come per riordinare i pensieri. “Eppure una volta uscito, sentivo il dolore, la febbre, il caldo infernale. Ero vivo, vivo, mentre tutti i bastardi che mi tenevano prigioniero erano morti. Ci misi delle ore per scendere giù dalla prigione, e molto di più per attraversare la giungla” scosse la testa “o meglio, a cercare di attraversare la giungla. Era così intricata che non riuscivo a stento a muovermi. Inciampavo in continuazione, gli insetti mi stavano praticamente divorando vivo” strinse i pugni cosi forte da sbiancare le nocche “ma ero deciso a non cedere. Non volevo scampare all’inferno per crepare in un altro. Non so per quanto tempo arrancai, stringendo la canna del fucile per non cadere a terra e bevendo a piccoli sorsi. Ma il fato aveva ancora qualcosa per me” Mercurio e gli altri sono letteralmente rapiti dal racconto “all’improvviso un giaguaro mi si scagliò addosso. Non so ancora e probabilmente non saprò mai come feci a sentirlo. So solo chi mi abbassai di scatto gettandomi di lato. Mi passò talmente vicino che sentì il suo alito, mi portò via un lembo di pelle. Senza pensarci afferrai il fucile per il calcio e premetti il grilletto. Il fucile era vecchio, scheggiato e fradicio, non avrebbe mai sparato, spinsi il grilletto d’istinto. Il giaguaro era già risaltato su di me. Era la fine. L’oscurità mi avvolse”
Silvia si è sporta così tanto che, ormai è sull’orlo della poltrona e Mercurio aveva portato la mano davanti la bocca coprendone anche il naso, perfino Farnese è rapito dal racconto “E come è finita?” Manfredi è ansioso, vuole conoscere la fine della storia “Beh è finita bene” Smithson si tocca il petto con un dito “sono ancora qui” inizia a ridere. La sua faccia inespressiva in contrasto con il rumore delle risate è inquietante.
“Comunque quando ripresi i sensi mi ritrovai su di un letto. Ero pulito e le mie ferite medicate, almeno quelle visibili. Mi guardai intorno; vedendo delle sbarre alla finestra pensai di essere in un’altra prigione, poi notai un crocifisso appeso alla parete. Forse ero in un monastero o simile, ma ero troppo stanco per le domande. Dopo qualche minuto entrò un uomo, un bianco. Mi controllò le medicazioni, poi mi chiese come stavo. Iniziammo a parlare. Si chiamava Robert Mortison, un padre gesuita e quello era un loro convento. Mi avevano ritrovato tre giorni prima nella giungla, sotto il giaguaro. Mi avevano portato al sicuro è mi avevano curato. Mi chiese chi ero e come fossi finito lì. Gli raccontai tutto fino all’attacco del giaguaro.
“Dio ti ha protetto” mi disse padre Mortison “nessuno è mai fuggito vivo dalla Brigata Nera. Il terremoto è stato potente ma non ha provocato molti danni, almeno qui non li ha fatti. Inoltre il fucile con cui hai ucciso il giaguaro era rovinato. E’ stato un miracolo che abbia sparato quel colpo, ho provato a sparare ma ha sempre fatto cilecca.”
Se voi credete o no non importa, ma ero vivo e solo questo contava. Mi rimisi in circa tre mesi e tornai in America, o meglio negli F.S.A. .
A quell’epoca la situazione era molto caotica, con le varie rivolte in atto in tutto il paese, penso ne abbiate sentito parlare” Manfredi annuisce. Gli scontri a Canal Street a New York, lo sciopero della fame degli studenti della Columbia University e soprattutto la strage del quartiere francese a New Orleans, quando l’esercito sparò sulla folla e uccise novantasette civili “nessun giornale diede peso al mio ritorno, così potetti dedicarmi alla ricerca” alza gli occhi al soffitto sospirando “Dopo la mia nomina come professore all’Università i giornali ricominciarono a scrivere articoli su di me. Fino a quando il governo non mi chiamò per delle ricerche Top Secret. Non vi annoierò in particolari, vi basti sapere che non condividevo i loro metodi. Lasciai il paese è mi trasferii qui. All’epoca la casa era solo una villa in paese. Ci misi otto anni a completare Ellah. L’ultima volta che vidi un giornalista fu quando scrissero quell’articolo sul Relatore circa sei mesi fa” Silvia è sconcertata, così tanta sofferenza, così tanto dolore “Non fare così ragazza. Sto bene e ormai non ci penso quasi più altrimenti finirei con il suicidarmi.”
Per cambiare argomento Manfredi decide di spostare l’attenzione sulle loro ricerche “Scusi signor… Jonathan” si coregge notando lo sguardo di Smithson “non per fare polemiche, ma vorrei sapere…”
“Se ho letto i risultati delle vostre ricerche?” gli altri sono stupiti. Manfredi non ha mai detto di aver dato i loro appunti a Smithson “le scienze tecnologiche non sono il mio forte, tuttavia penso di aver compreso i limiti della vostra nanomacchina. E’ un difetto semplice da individuare ma non altrettanto da rimuovere” Silvia ripensa all’incidente accorso a Francesco e Giovanni “Pensa che potremmo evitare altre morti?” se Smithson ha letto i loro appunti, allora è a conoscenza dell’incidente.
“Dopo una buona cena e una bella dormita riprenderemo il discorso, la mente stanca non lavora mai bene, come dico sempre, comunque cercate di capire una cosa” li scruta attentamente uno alla volta “Un tipo di ricerca come la vostra non può essere risolta con esperimenti su topi o altre cavie da laboratorio, ma direttamente sugli esseri umani” alza la mano destro in cenno di divieto per zittire eventuali dissensi. “Prima che aggiungiate qualcosa, e meglio che riposiate. Come ho già detto, riprenderemo il discorso domani mattina.” Il tono non ammette repliche. Ripensano a Francesco e Giovanni, sono venuti qui per evitare altre morti.
Vengono anche a sapere che la cucina è quasi tutta automatizzata, quindi anche un uomo come Smithson può cucinare pasti decenti. La cena trascorre con un’atmosfera molto pesante, nonostante tutti loro (Farnese e Manfredi un po’ meno, Silvia molto di più) si convincono, o almeno ci provano, che Smithson sappia quello che si deve fare.

Sono le undici passate quando tutti vanno a dormire. Farnese, Manfredi e Silvia crollano subito, Mercurio è ancora un po’ sovrappensiero, non riesce ancora a digerire che qualcun altro possa mettere mano sulla propria ricerca. Tuttavia Smithson ha ragione e Mercurio non vuole più avere morti inutili sulla coscienza; alla fine il sonno arriva anche per lui.

Tutti dormono, tranne il padrone di casa. Seduto alla scrivania, tiene fra le mani una specie di scatoletta di vetro. Osserva attentamente il contenuto, sorriderebbe se fosse in condizione di farlo “Manca poco, veramente poco. Presto la NOVA sarà completa”.

scritto da Stefano D’Auria

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