N – A – N – O: speciale capitolo #1.(2)#

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ProjectMira

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Questo capitolo va letto fra il numero 10 e il numero 11

#1 . 2

37 anni prima…

La luce del sole filtrava corposa dalla persiana semichiusa e rendeva la stanza della piccola Mira di un unico colore giallo oro. La visione netta degli oggetti si perdeva nel riflesso accecante che rimbalzava dalle copertine dei libri sparsi sul pavimento allo specchio e sui giocattoli. Non lasciava intravedere neanche i colori accesi che rendevano la stanza allegra.

Su una sedia nera ampia e lunga, posta nell’angolo della stanza di fronte alla finestra, era distesa una piccola figura. Accanto alla bambina una giovane donna con il camice bianco era intenta ad applicare una serie di aghi, collegati a due piccoli macchinari, su entrambe le braccia di Mira. La bambina muoveva la testa come se ascoltasse una musica seguendo il ritmo costante e ossessivo dei bip provenienti dai macchinari posti nella stanza.

“Ti faccio male piccola?”

Mira, che non mostrava più di 6 anni, scosse la testa.

“Ma come sei coraggiosa. Sei paziente e coraggiosa lo sai?”

La piccola sorrise alla donna che sembrava conoscere bene.

La bambina, forse per distrarsi dal tempo che avrebbe dovuto perdere distesa su quella ampia poltrona, cercava di guardare fuori dalla finestra, attendeva pazientemente che arrivasse una qualsiasi ombra ad interrompere il getto costante di luce.

Così fu. Improvvisamente un’ombra sottile, tagliente, fendeva quella tenda fatta di luce. La piccola immaginava fosse un passerotto intento a giocare o una rondine… no non poteva essere una rondine, faceva troppo freddo e lei sapeva benissimo che le rondini venivano solo in primavera. L’aveva letto sui suoi preziosi libri. Non ne aveva mai vista una, forse mai visto neanche un passerotto. Quella donna più volte le aveva raccontato che uccellini come quelli non esistevano più liberi per il mondo, ma solo chiusi in cattività. Questo rendeva sempre Mira molto triste.

Qualcosa di strano stava accadendo lì fuori pensò. Questa volta l’uccellino ha un compagno. Due ombre sottili sembravano quasi scontrarsi in volo. Persino la donna fu distratta dal taglio di ombre che danzavano fuori la finestra.

Poi cessò tutto. Qualche secondo dopo si sentì bussare alla porta. La donna ne fu stupita.

“Non voglio essere disturbata lo sai benissimo!”

“Silvia sono io, Monica!”

La bimba spalancò gli occhi e sorrise.

“Mamma, è mamma!”

La donna stupita chiese conferma:

“Monica, sei davvero tu?”

“Sono io Silvia, apri per favore sono passata per dare una cosa alla mia bambina!”

“Certo cara ti apro subito. Credevo che non ti piacesse assistere a…”

La donna fu scagliata a terra dalla spinta della porta che si apriva. Ne entrò una donna dai capelli rosso chiaro e la pelle bianchissima.

“Mira dove sei?”

La donna vide la sua piccola con gli aghi in vena, sconvolta corse subito verso la poltrona tentando in qualche modo di fermare i macchinari attivi. Silvia scagliata sul pavimento si riprese dall’urto riuscendo a comprendere ciò che stava avvenendo.

“Monica, ma cosa stai facendo, fermati!”

Monica che come un’ossessa tentava di fermare i macchinari, si voltò di scatto verso Silvia puntandole il dito indice.

“NO! NO! NO! Non vi permetterò più di torturare mia figlia capito? Mai più! Come si staccano queste stramaledette macchine? Parla!”

La donna ancora sul pavimento guardava fuori dalla porta non riuscendo a capire che fine avesse fatto il suo collega.

“Monica per favore calmati. Non stiamo facendo del male alla bambina credimi! Mi conosci, sai che sto dicendo la verità!”

Silvia tentò di rialzarsi da terra per avvicinarsi a Monica.

“Credevo di conoscerti Silvia! Lo credevo, ma sei come tutti gli altri maledetti che hanno partecipato al progetto! Smithson era un santo al vostro confronto.” “Monica credimi non è come sembra. Mercurio non farebbe mai del male a sua figlia e…” Monica scagliò un urlo contro la dottoressa che rimase in silenzio nel vedere la scena alle sue spalle

“Libera mia figlia!”

“Mamma!”

Monica si voltò al richiamo della figlia che era lì in piedi sulla poltrona. Gli aghi staccati dalle braccia rigate di sangue.

“Mira tesoro che cosa hai fatto!”

Silvia si rialzò rapidamente da terra raggiungendo madre e figlia.

“Lasciala non la toccare!”

“Monica voglio solo disinfettarle le braccia, calmati!”

La dottoressa riuscì ad avvicinarsi alla bambina e sotto lo sguardo vigile di Monica pulì dal sangue le braccia della piccola. Monica si accorse che non vi era traccia di alcuna puntura.

“Silvia perché continuate a starle addosso?”

“Monica ti fidi di me?”

La donna tacque.

“Portarla fuori da qui adesso potrebbe essere rischioso!”

“Per chi potrebbe essere rischioso? Per voi quattro giusto? Potrebbe essere rischioso per Mercurio?”

“Non riuscirò a farti cambiare idea Monica?”

La donna non rispose.

Monica prese il cappotto della piccola dall’armadio.

“Sai bene che non ti permetteranno di andare lontana con Mira. Perché non lasci che ti spieghi come stanno le cose… Mercurio vuole solo proteggere te e la piccola ma anche tutti noi. E se la porti via ora…saremo tutti in pericolo.”

“Cosa tenti di spiegarmi? Qualsiasi cosa tu voglia dirmi Silvia, qualsiasi spiegazione non giustifica il fatto che abbiate imbottito mia figlia di quelle maledette nanomacchine e ora le provocate queste torture…”

La donna aveva le lacrime agli occhi, Silvia non aveva altra scelta che lasciarle andar via. “Hai ragione, Mercurio non ha giustificazioni, ma sai bene perché l’ha fatto. Mira non è un Indaco. Prima o poi Manfredi l’avrebbe scoperto e…”

“Mira È  MIA FIGLIA! Capisci? Mia figlia… indaco o no!”

“Monica non potrai nasconderti sull’isola. Dovrai andare via da qui… lontana. Se vuoi posso aiutarti. In Grecia la casa dei miei genitori ormai e vuota e potreste…”

“Silvia no! Meglio che tu non sappia dove sono diretta. So quello di cui sono capaci Manfredi e Mercurio.”

“Monica non è come sembra. Fidati di tuo marito. Mercurio non le avrebbe mai fatto del male!” “Le avete fatto tutti del male dal giorno in cui avete deciso di impiantarle quella robaccia!”

“La Nano5-#00 prototype non c’entra con questo progetto Monica. Mercurio voleva solo proteggerti, per questo…”

“Silvia ma che dici? Ti rendi conto? Sei pazza come gli altri!”

La donna prese in braccio la bambina e corse fuori dalla stanza. Si ritrovò in un ambiente scuro coperto da una tenda. Una volta attraversato Monica coprì il viso della bambina mentre percorreva quel laboratorio completamente bianco, asettico, pieno di monitor e un computer che sfornava dati in continuazione. A terra era disteso il corpo di un uomo che sembrava svenuto.

Silvia la raggiunse subito dopo e la richiamò prima che andasse via. Rimase sorpresa nel vedere il proprio collega a terra.

“Monica cosa hai fatto?”

“Non sono un’assassina l’ho tramortito.”

“Aspetta! Devo darti una cosa è importante. Non ho tempo per spiegarti. Però devi promettermi che questa cosa non abbandonerà mai e poi mai la bambina!”

Silvia tirò fuori dalla tasca del camice un piccolo mazzo di chiavi e aprì la porta di una stanza sfuggita agli occhi di Monica. La donna seguì con lo sguardo i movimenti della dottoressa Florakis, mentre Mira osservò incuriosita un vetro su cui era fissa una luce gialla fortissima che sua madre tagliava a tratti con la testa creando delle affascinanti ombre che la piccola riconobbe. Mira guardò attraverso quel vetro, dall’altra parte vide chiaramente i sui libri, i giochi, il suo piccolo letto e la poltrona dove era distesa qualche minuto prima.

“Mamma dove sono finiti gli uccellini?”

“Cosa? Gli uccellini amore? Vuoi vedere gli uccellini? Adesso andremo via lontani da quì e ti porterò a vedere i tuoi uccellini non preoccuparti. Faremo una passeggiata prenderemo il treno marino sei contenta?”

Monica tentò di sorriderle cercando di nascondere l’agitazione. Silvia finalmente uscì dalla stanza e si rivolse alla piccola.

“Tesoro ecco un bel regalo per te. Ti piace?”

“Silvia che cosa le fai indossare? Cos’è?”

“È un ciondolo. Monica promettimi che non si toglierà mai questo ciondolo. Fino a quando non sarete lontane da Rebirth. La sua vita e la nostra sono legate a questo ora!”

La donna ne era certa, la forma di quel ciondolo le ricordava un piccolo fermacapelli che anni prima le regalò il marito quando scoprì che era in attesa di Mira.

“Che assurdità vai dicendo? Salvarci la vita?”

“Tieni anche questi potranno esserti utili.”

La scienziata Silvia Florakis passò dei soldi alla donna.

“Ora vai! Ti darò un po’ di vantaggio poi dovrò chiamare Mercurio… Mi dispiace Monica! Abbiate cura di voi!”

Mira era affascinata dal suo ingombrante regalo. Il ciondolo brillava di colori accesi blu e rosso. Incuriosita ne toccò la superficie liscia e dura. Era certa di aver visto muovere qualcosa al suo interno.

“Grazie! Te ne sono grata.”

“Monica se dovessi riscontrare problemi di qualsiasi natura sulla piccola… non esitare a contattarmi.”

Silvia mise un bigliettino nella tasca del cappottino di Mira.

La donna finalmente uscì, con in braccio la bambina, fuori da quella casa/laboratorio così tanto accogliente vista dal di fuori e così tanto fredda e inquietante all’interno.

Aveva poco tempo. Ancora qualche minuto e Silvia avrebbe chiamato rinforzi.

Nel punto in cui si trovava in quel momento era completamente allo scoperto. Quella schiera di case in stile inglese, costruite negli ultimi otto anni, permettevano una chiara visione di tutto il panorama e una donna in fuga con la propria bambina non sarebbe stata difficile da intercettare. Doveva in qualche modo raggiungere la stazione, scelse dunque di muoversi fra i vicoletti della città, allungando di un bel po’ la strada, certa di percorrere in sicurezza il tragitto verso la sua meta.

“Sono Silvia. C’è stato un imprevisto! Tua moglie è stata qui e ha portato via la bambina.”

Dall’altra parte del cellulare non ci fu una risposta immediata. In quei secondi di silenzio Silvia continuò a spiegare l’accaduto.

“Non so dove sono dirette. Io… Mercurio… io le ho dato il ciondolo. Non potevo permettere che… insomma ho dovuto prendere una decisione e…”

“Silvia! Silvia… non ti affliggere. Siamo tutti responsabili di quello che è accaduto. Lucio è qui con me in questo momento. Non è ancora al corrente della fuga. È questione di minuti, per allora mi auguro che siano lontane. Altrimenti sarà la fine per tutti.”

“Non appena rinviene Toji mi toccherà dare l’allarme.”

“Silvia! Allontanati il più possibile da lì. Raggiungi il porto a sud. Di certo Monica sarà diretta alla stazione dei treni.”

“Mercurio e tu cosa farai?”

“Conosco gli scagnozzi di Lucio e quando la raggiungeranno…”

Ci fu una pausa di silenzio.

“Ormai siamo condannati! Vai via da lì io cercherò di raggiungerle per primo.”

Quella città non le era mai sembrata tanto complicata e vorticosa con i suoi innumerevoli intrecci di vie, l’aria salmastra si faceva sentire sempre di più e le avvolgeva da ogni punto della città, quell’aria e quell’odore che tanto rassicuravano la piccola Mira.

Gli occhi della bambina spaziavano velocemente tutto intorno, anche a causa del passo veloce della mamma che la teneva in braccio, forse per accelerare la marcia. Lei era piccola e non avrebbe mai potuto sostenere il suo passo da adulta.

Monica era spaventata, aveva il fiatone eppure ogni tanto le volgeva uno sguardo di interessamento, sembrava chiederle con gli occhi: ”tutto bene piccola mia?” Allora lei, la sua bambina, si tranquillizzava e si lasciava trasportare dalle sue braccia come in una potente ninna nanna.

“Ancora un po’ Mira e saremo arrivate, nessuno potrà più farti del male, te lo giuro!”

I capelli rossi della donna erano scarmigliati dalla corsa, il viso stanco e provato metteva in evidenza ancor più i segni di sofferenze passate, ma ciò nonostante era ancora una bella donna.

Intanto si ritrovarono, quasi senza accorgersene, dall’anonimato dei vicoli ad una immensa e illuminata piazza animata da una miriade di volti, di voci, di clacson, di risa e di parole confuse che si trasformavano in uno stimolante caos cittadino.

Sullo sfondo si stagliava una enorme fontana che troneggiava al centro della piazza, questa raffigurava la sagoma stilizzata di un uomo proteso ad afferrare uno strano oggetto esagonale, il getto d’acqua che ne scaturiva rassicurava e rilassava; alle spalle della fontana la stazione, la loro meta… la loro salvezza!

La donna si guardava intorno, quanta vita c’era in quella piazza pensava: un centro direzionale efficiente e rumoroso. Per coloro che lavoravano in quella zona la piazza era un punto di transito obbligato per passare da un grattacielo all’altro.

Subito dopo la stazione, che cercavano di raggiungere, si trovavano le fondamenta e le basi, circondate da impalcature, di tre immense Torri; questo era stato il nome dato alle grandissime strutture di nuova generazione, ancora in costruzione. Un progetto, secondo il presidente di Rebirth, Lucio Manfredi, che avrebbe portato all’isola artificiale nuova linfa vitale; anche se questo significava il lento disfacimento dei vecchi edifici. Tutta la popolazione sarebbe stata assorbita, nel tempo, dalle tre Torri.

Tutto ciò grazie soprattutto al notevole contributo della nanotecnologia; l’isola artificiale era già un punto nevralgico al livello mondiale sullo studio delle nanomacchine.

Quelle costruzioni di vetro e acciaio avrebbero sovrastato la città come un potente guardiano vigile e sempre attento.

La donna si fermò qualche istante, proprio accanto alla fontana, per riprendere fiato, posò giù la sua piccola Mira, le si inginocchiò accanto sistemandole il vestitino e rimboccandole il cappotto, osservò con una strana riverenza mista a profondo rancore, il ciondolo che la piccola portava al collo.

Aveva una forma che ricordava due balloon posti l’uno contro l’altro, di un acceso colore blu, separati al centro da un’ellisse di un rosso acceso. Ricordava il giorno in cui Mercurio le regalò, goffamente, quel piccolo fermacapelli, quando scoprì che era incinta.

Non era bravo in fatto di regali, lei lo sapeva, ma accolse con così tanto amore quell’oggetto da fare di esso la cosa più preziosa mai avuta in dono.

L’uomo amava profondamente Monica e pur non sapendo esprimere appieno il sentimento, sapeva che ella ne conosceva la sincera esistenza.

Quel ciondolo sembrava enorme e pesante addosso alla sua bambina che però lo portava tranquillamente.

La donna si rialzò, un ultimo sguardo furtivo intorno a sé ed era pronta a ripartire. Di fronte, distante ancora quattrocento metri, la stazione, la loro meta.

Ricominciò il cammino frenetico. Ormai mancava davvero poco quando la donna si sentì improvvisamente strattonare da Mira, sulle prime cercò di non darle retta, erano quasi arrivate non aveva senso fermarsi ancora, era rischioso. Ma la bambina insisteva e tirava, tirava.

“Tesoro lo so che sei stanca, ti prego ancora un piccolo sforzo e poi ci riposeremo sul treno, ti piace il treno no?”

Mira non l’ascoltava, aveva lo sguardo fisso davanti a sé, verso un punto preciso, i suoi occhi guardavano altri occhi che la scrutavano con molta attenzione, occhi neri, vitrei.

Seguendo lo sguardo di sua figlia, Monica vide anch’ella l’austera figura ritta a soli cinquanta metri di distanza da loro, un uomo alto, con un cappotto lungo e scuro, era fermo, immobile tra la fontana e la stazione ad osservarle.

“Mira! Cara dobbiamo tornare indietro! Credo di aver dimenticato una cosa importante… dai ti port…”

La donna si voltò verso la bambina e quasi urlò nel ritrovarsi alle spalle un’altra sinistra figura. Era una donna alta, dai capelli di un biondo platino raccolti ordinatamente che alla luce del giorno davano l’impressione di essere completamente bianchi. Anche lei era fasciata in un lungo cappotto blu scuro.

Monica rimase impietrita, il sangue le si gelò nelle vene, tentò di indietreggiare ma si accorse che l’uomo aveva acquistato velocemente metri, raggiungendole. Erano in trappola.

L’altra donna posò la sua mano destra sulla testa di Mira, che non si mosse. La bambina fissò  la madre che era visibilmente terrorizzata.

“Vi prego lasciateci andare, voi… voi non sapete cosa state facendo, non sapete chi sia mio marito in realtà! Non sapete quello che ha fatto alla mia bambina! Vi prego ragionate! Non eseguite ciecamente gli ordini, per favore, lasciateci andare, fatemi portare Mira lontano da questa maledetta isola!”

“Siamo a conoscenza della situazione signora! Per questo siamo venuti a riprendere la bambina! È fondamentale che non esca dai confini di Rebirth!”

L’uomo calò le sue parole come una scure tagliente per la donna che decise, istintivamente, di reagire. Non poteva assolutamente permettere che prendessero la sua piccola Mira, gliel’aveva promesso e le promesse di una madre vanno mantenute.

Partì improvvisamente, scagliandosi contro l’uomo con tutto il corpo, nella speranza di spingerlo lontano per scappare, ma c’era ancora l’altra donna a cui bastò stringere le proprie mani sulle spalle di Mira per trattenerla.

L’uomo, che non aveva risentito della spinta ricevuta, bloccava la donna per un braccio serrando il pugno fino a farle male, lei provò ugualmente a colpirlo con l’altro braccio, ma ottenne solo un sonoro schiaffo che per qualche secondo la stordì completamente facendola precipitare al suolo.

Mira assistette a tutta la scena, cercò di liberarsi a sua volta dalla stretta dell’altra donna che con dolce fermezza tentava di allontanarla dal posto.

In quegli istanti confusi i passanti iniziarono ad incuriosirsi a quello strano movimento accanto alla fontana, si fermavano, rallentavano ma nessuno faceva nulla per intervenire, eppure c’era una bambina evidentemente in pericolo.

Mira si agitava, voleva liberarsi e correre dalla madre, la donna iniziò a faticare per trattenerla, il suo agitarsi fece penzolare, fuori dal cappotto, il ciondolo che custodiva al collo; l’uomo ne fu come ipnotizzato, per i primi secondi quasi non riusciva a credere che la bambina lo portasse con sé, poi ne fu come rapito, con una sola falcata si trovò come un gigante sulla sua piccola preda.

“Guarda! Guarda Gloria, il ciondolo è al collo della bambina! Come avrà fatto a prenderlo?” La donna, seppur sorpresa da quella visione, mantenne il controllo.

“Dobbiamo andare, ormai abbiamo attirato l’attenzione dei passanti. Prendi la donna e andiamo via!”

L’uomo in parte aveva ascoltato ciò che la collega gli aveva intimato, ma quello che voleva era solo tenere qualche secondo nelle proprie mani quell’oggetto, si, doveva assolutamente toccarlo. Tese la mano verso il collo della piccola pronto a strapparglielo se fosse stato necessario.

Ancora in parte stordita, la donna si riprese dal forte colpo ricevuto, corse subito verso la piccola, le vide disegnato sul volto la stessa  espressione che, pochi minuti prima, descriveva il proprio terrore.

In lontananza un’altra figura assistette a tutta la scena.

“Sono arrivato tardi… perdonami… Monica!”

La mano dell’uomo toccò il ciondolo e quello bastò per scatenare qualcosa che nessuno avrebbe mai osato immaginare: quel che accadde fu repentino, pochi minuti e tutto intorno cambiò.

Un’energia gargantuesca investì tutta la piazza, come un’enorme esplosione nucleare, ma senza la potenza del fuoco. Tutto sobbalzò, investito da un’onda d’urto, un suono roboante e sordo circondò completamente il quartiere e la piazza compresi: tutte le persone, nelle case, per le strade e nei  vicoli,  come pedine di una enorme scacchiera, iniziarono a cadere, operai sulle impalcature precipitavano come mosche morte. La scena a cui si assisteva era fuori da ogni immaginazione.

Poi tutto tornò fermo, silenzioso. Quel luogo, prima animato e rumoroso, era diventato un’area morta in pochi minuti.

Mira osservava la miriade di corpi attorno a sé, completamente avvolti da sudari di sangue. Anche il corpo di sua madre compresi quelli dell’uomo e della donna che avevano cercato di rapirla, erano nelle stesse condizioni, corpi massacrati, carni straziate, gli occhi della piccola erano quelli di una bambina non pienamente consapevole di quello che le era appena accaduto intorno. Uno stato d’animo, il suo, sospeso tra l’incredulità e lo smarrimento.

I suoi pensieri furono distolti da un’ombra scura che prese forma e la raggiunse come un minaccioso temporale pronto a scatenarsi sulla sua testa, coprendo tutta la piazza.

Mira alzò lo sguardo mentre una lieve pioggia iniziò a cadere su tutta la piazza; era una pioggia di sangue. Gocce rosse le imbrattarono completamente il volto.

Nei secondi successivi,  il ciondolo che portava al collo cessò gradualmente il suo battere disarmonico.

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