“N – A – N – O” : 5° e 6° capitolo
“N — A — N — O”
t e c h n o l o g y
Riassunto capitoli 3 e 4
Il cambiamento arde da sempre nel cuore degli uomini …
Talvolta esso genera potere, e il potere corrompe …
Causando vittime …
Ripristinare l’equilibrio richiede sempre un sacrificio …
Qual è il posto di Mira in tutto questo?
Riassunto Cap. 3
Tutto è pronto per la riunione dei 30 Grandi del Pianeta, mancano solo 2 giorni affinchè i Capi di Stato da tutto il mondo si riuniscano.
E’ mattina e la luce solare filtra attraverso i vetri delle portefinestre che ricoprono quasi per intero l’ultimo piano della Torre-1 e in un grande appartamento arredato in modo essenziale, dove al centro troneggia una scrivania pesante e stracolma di carte e un pc modalità touch screen, un uomo seduto alla scrivania, forte, robusto, granitico pur avendo sul volto i segni dell’età, parte integrante di quell’energia, di quel potere, osserva lo svolgersi degli eventi.
Dinanzi ai suoi occhi scorrono le immagini di Mira la Cacciatrice di Taglie e a lei si sovrappongo quelle di Tamla il Capo dei Ribelli.
La sicurezza bisogna che venga preservata.
E assicurarla non sarà facile …
Una bambina nella stessa stanza ai piedi della scrivania, gioca distesa sul pavimento dipingendo con i suoi consunti pastelli dei disegni su di un quaderno blu.
Il mondo traballa e per evitare la distruzione non bisognerà fermarsi alle apparenze ma studiare ogni dettaglio entro i minimi particolari.
Questo il Presidente Manfedi seduto al suo scrittoio lo sa bene …
Riassunto Cap. 4
Il cambiamento arde da sempre nel cuore degli uomini …
Talvolta esso genera potere, e il potere corrompe …
Causando vittime …
Ripristinare l’equilibrio richiede sempre un sacrificio …
Qual è il posto di Mira in tutto questo?
L’aeroporto è in piena attività, ogni angolo, ogni strada è in fermento, tutta una serie di operazioni stavano predisponendosi alla velocità della luce per ricevere i 30 Grandi del Pianeta.
Numerosi aerei erano atterrati portando al loro interno i giornalisti che avrebbero preparato speciali e reportage per i propri telegiornali.
Ognuno aveva il suo ruolo e ognuno voleva ritagliarsi il proprio spaccato di gloria.
Ma le misure di sicurezza andavano rinforzate, nulla doveva essere lasciato al caso …
Poco lontano da un capannone, una donna avvertiva un uomo dalla stazza prepotentemente mascolina che le divise erano state consegnate, la copia perfetta di quelle ufficiali, perfettamente identiche a quelle del gruppo di catering che l’indomani all’interno della Torre 2 avrebbe assicurato il buffet dell’evento.
E tutto era pronto fra loro per sostituirsi ai veri addetti al personale.
La divisa ufficiale da cameriere per il ricevimento che si sarebbe tenuto subito dopo la conferenza risultava scomoda per il giovane Tamla, costretto ad infilarla sui pantaloni militari, impacciandolo nei movimenti – i tessuti di ultima generazione avevano arricchito ulteriormente, non solo le tasche degli stilisti italiani residenti ormai da anni a Rebirth, ma anche triplicato la loro fama a livello mondiale -
Ma Erano parte del piano, erano parte dei ribelli.
riassunti di Monica Fiorentino
5°
Cap.
Claudia registrò con estrema rapidità il pezzo introduttivo per il suo articolo, la fretta era data anche dal timore di perdere la navetta che avrebbe permesso ai giornalisti di passare dall’aeroporto alla Torre 3, dove avrebbero alloggiato fino al G-30, quando tutto il mondo si sarebbe fermato per dar voce al presidente di Rebirth, Lucio Manfredi. Quello stesso giorno avrebbe presentato la nanomacchina di terza generazione denominata Nano5-#3, ormai soprannominato dalla stampa tutta, l’elisir di lunga vita.
Era ormai buio fuori, mentre la navetta attraversava i vecchi quartieri abbandonati dell’isola, Claudia ne approfittò per riposarsi qualche minuto, l’aereo non le era proprio congeniale come mezzo di trasporto. Cercò di poggiare la testa accanto al finestrino, il buio fuori aiutava la donna a rilassarsi, o almeno cercava.
“Inquietante il panorama non credi?”
Claudia allontanò la testa dal finestrino per rispondere al collega seduto accanto. Effettivamente la donna non aveva guardato fuori, presa dalla stanchezza; quell’oscurità metteva in evidenza le mille luci che circondavano le tre Torri poste ad almeno cinque chilometri di distanza dal luogo di partenza.
Era come se, partiti dall’aeroporto e attraversati circa 5 chilometri di abitazioni e strade illuminate, fosse iniziato il deserto assoluto.
Guardando meglio, fuori nel buio, si vedevano macerie di palazzi abbattuti, alberi e vegetazione a volontà che ne ricoprivano i resti, dando l’impressione di un’antica civiltà.
“Mi sembri sconvolta! Non hai studiato prima di venire su Rebirth?”
Il giornalista sembrava euforico. Il risultato di tale stato erano una serie di battute una dietro l’altra e tutte fuori luogo.
“Queste costruzioni abbattute sono ciò che resta di città poste nelle così dette –Zone- più centrali dell’isola, in pratica, tutto il territorio intorno alle Torri è in queste condizioni. Immagino che tu almeno conosca i nomi originali che i costruttori hanno dato ai sette piani delle immense Torri?”
Prima che Claudia potesse rispondere e farlo tacere una volta per tutte, egli stesso rispose alla propria domanda.
“Hanno come nome quello dei sette Peccati Capitali! A proposito, piacere mi chiamo Marvin Nielsen e sono del…”
“So chi sei!”
Esclamò Claudia continuando a guardare fuori nell’oscurità.
“Be anche io so chi sei tu e per quale testata lavori.”
“Bene siamo pari allora!”
Marvin stava quasi per rinunciare al dialogo, ma fece ancora un tentativo. La donna continuò a fissare fuori cercando di comprendere il disegno del territorio.
“Sai Claudia tutti gli abitanti di questi edifici abbattuti ora vivono nelle Torri. Pian piano tutti si trasferiranno in quelle maestose costruzioni…Wao! Pagherei non so che cifra per trasferirmi in una di quelle Torri! Magari al piano Luxuria!”
Mentre il collega proseguiva imperterrito nel proprio monologo, Claudia, già pienamente nauseata dalla voce di Marvin, intravide qualcosa spuntare da dietro un albero e scomparire poi in quello successivo, forse un animale, pensò, forse la sua immaginazione. Poggiò nuovamente la testa accanto al finestrino, questa volta non socchiuse gli occhi, una sensazione di disagio la pervase.
L’ultimo salto, forse fatto con troppa potenza, la fece cadere malamente sul terreno. Il buio le permise di nascondersi rapidamente dietro un auto abbandonata. Il suo sguardo seguì, ancora per qualche secondo, le luci rosse della navetta che si allontanava nel buio, diretta verso le Torri.
Quella sottile ombra, riflessa a terra dai tre quarti di luna sbucata dalle nuvole, iniziò nuovamente a muoversi. Le bastarono pochi secondi per riprendere fiato ed agire. Piegò la testa in avanti schiacciando il mento sulla clavicola. Il gesto seguente fu quello di muovere freneticamente il dito medio alla base del pollice.
All’interno del capannone, rifugio dei Ribelli, Marco, un trentenne italiano, era come al solito alla sua ricetrasmittente pronto a cogliere segnali da coloro che fuori erano in turno di guardia. Al suo fianco quella sera c’era il sedicenne Alessio che si stava specializzando proprio in quel campo per ordini precedenti ricevuti da Sara. Alessio aveva imparato subito a gestirne il traffico e le problematiche che ne potevano scaturire, tutto sotto la supervisione di Marco.
“Ragazzi, Silvia sta trasmettendo. Dice di aver seguito una nuova navetta con circa ottanta giornalisti provenienti dall’America questa volta.”
Il giovane Alessio era fin troppo eccitato ogni qualvolta comunicava qualsiasi tipo di messaggio che venisse dai propri amici.
“Alessio! Non puoi creare allarme per ogni messaggio ricevuto. Rischi di far venire un colpo a qualcuno prima o poi. Chiedile se ci sono elementi che possiamo utilizzare….Alessio hai sentito quello che ti ho detto?”
Il giovane ribelle sembrava sconcertato, perplesso. Non proferiva parola.
“Alessio parlami che sta succedendo?”
“Silvia è incazzata…chiede perché non le abbiamo comunicato il piano!”
“Quale piano Alessio, chiedile quale piano?”
“Calma, calma Marco non ho bisogno di suggerimenti. Già fatto! Sta rispondendo in questo mom…Sta dicendo che Sara è sulla navetta insieme a tutti i giornalisti!”
Marco sgranò gli occhi per un istante. Si voltò per scrupolo verso l’angolo opposto del capannone dove Tamla e la stessa Sara erano insieme al gruppo d’attacco, Fausto, Amauri, Yuri e Galbo per ripassare il piano.
“Spostati Alessio!”
Il giovane, seduto a terra, lasciò spazio a Marco che immediatamente iniziò a trasmettere nel un nuovo codice morse, chiarendo alla ragazza l’equivoco che si era venuto a creare.
La poco più che ventenne, al buio in quella strada ormai deserta, continuava a comunicare con la base operativa. I secondi di pausa erano dedicati all’ascolto della risposta e proprio in quei secondi l’espressione sul viso di Silvia cambiò totalmente.
La pressione del dito medio alla base del pollice diventava più nervosa e rapida.
“Marco non sono stupida, so quello che ho visto. Sara era in quella navetta…le luci all’interno del trasporto sono accese, ne sono certa. Insomma sono la migliore in queste condizioni di luce lo sai bene!”
La ragazza lanciava il messaggio in codice e allo stesso tempo lo sussurrava a se stessa forse per la rabbia o il fastidio che provava verso l’incredulità di Marco.
Qualche secondo dopo rilassò braccio e dita interrompendo le comunicazioni con la base operativa. Doveva arrendersi. Sara era effettivamente li nel capannone e non in quella navetta.
Di nuovo in piedi si voltò verso il buio per tornare indietro, ma qualcosa la fermò. Era ancora convinta di averla vista seduta in quel trasporto. Qualcosa di strano stava accadendo lo sentiva. Cambiò rapidamente idea ed iniziò a saltare, da abilissima parkour quale era, verso la direzione delle Torri dove era diretta la navetta. Silvia non comunicò questa ultima decisione alla base per non scatenare un putiferio, ma doveva togliersi ogni dubbio. Avrebbe seguito la vettura fino al confine invisibile tracciato dai ribelli, un confine vietato da oltrepassare per evitare la cattura da parte dei cacciatori di taglie o della polizia governativa.
Una mezza giornata persa dietro il vicepresidente Andrei Damian proprio non era prevista. Mira era visibilmente contrariata. Probabilmente se avesse avuto in quel momento sotto mano il proprio referente, Giulio, l’avrebbe pagata molto cara.
Dopo l’incontro con il vicepresidente le era toccato studiare nella sala dove si sarebbe svolto il G 30, il posizionamento in punti strategici della propria squadra. Lavoro inutile secondo lei. Mira era abituata a lavorare sul campo e decidere al momento il da farsi. Non poteva comunque ignorare ordini dall’alto.
Era ormai di ritorno dalla Torre 2. La Cacciatrice di Taglie avrebbe potuto raggiungere più facilmente il suo appartamento adoperando tranquillamente i corridoi di giunzione, posti ad ogni piano tra le tre Torri, come scorciatoia. Sarebbe passata da una Torre all’altra in meno di cinque minuti, ma non avrebbe mai rinunciato ad una boccata d’aria.
Si ritrovò fuori la Torre 2 ad osservare il cielo, o almeno cercava di scorgerne alcune parti. Le forti luci che da terra si stagliavano verso l’alto rendevano quasi impossibile la visione della luna, figuriamoci le stelle.
Poco importava, prese a camminare decidendo di percorrere la strada più lunga passando dalla Torre 3.
Con la sua ampia falcata, la Cacciatrice di Taglie si ritrovò qualche minuto dopo nei pressi della terza imponente costruzione e notò che, proprio in quel momento davanti all’entrata, una navetta proveniente dall’aeroporto stava ferma per permettere ad un gruppo di giornalisti di scendere da essa.
Mira si fermò accanto ad una delle massicce colonne che sostenevano un ampia tettoia fatta di vetro e acciaio posta fuori l’ingresso. Sembrava curiosa, ma i pensieri che le giravano vorticosamente nella testa la stranirono subito da ciò che stava avvenendo.
Chiunque fosse parte dell’isola avrebbe visto in Mira una forza dell’ordine all’attivo, anche se piuttosto sexy, ma non fu così per i giornalisti che ammirarono la splendida figura femminile da lontano, immaginando quali bellezze potessero generare l’utilizzo delle nanomacchine.
Quando Claudia prese a scendere dalla navetta si accorse della presenza di Mira alla sua sinistra. Rimase a fissarla per qualche secondo poi decise di andarle incontro incuriosita sia dal personaggio, ma sopratutto dal fatto che la stesse fissando.
“Mi scusi, salve…buonasera posso farle qualche domanda?”
Lo sguardo di Mira si focalizzò sulla figura di Claudia. La bionda giornalista si accorse solo in quel momento che in realtà non stava guardando lei. Mira esaminò la donna dall’alto in basso con uno sguardo che avrebbe messo in soggezione chiunque.
“Scusi. Piacere sono Claudia e scrivo per un giornale americano. Mi chiedevo se lei fosse un abitante delle Torri?”
Mira si scostò dalla colonna sovrastando con la sua altezza la giornalista ormai intimorita.
“Si sono quello che dici.”
Spiazzata dalla risposta piuttosto strana della donna, Claudia non poté fare altro che sorriderle fintamente.
“Ok, ok io vado è tardi e…devo cercare la mia stanza e…deve essere un casino in una struttura così enorme e…si, è stato un piacere poter…”
Claudia si fermò forse anche un po’ scocciata nell’accorgersi che lo sguardo e l’interesse di quella donna dai capelli rosso vivo, fosse rivolto altrove alle sue spalle. Non poté far altro che voltarsi per dare anch’ella un’occhiata. Forse era il momento di interrompere quel dialogo a senso unico, pensò tra se Claudia. Si voltò nuovamente verso Mira.
“Ok è stato un piac…”
La donna era scomparsa nel nulla.
“…ma dove cazzo è sparita! Con quelle zeppe poi! Che serata assurda!”
Cento metri distanti dalla navetta Mira correva rapidissima verso il buio oltrepassando l’immensa piazza che l’avrebbe portata fra le macerie della città vecchia nella così detta Zona 1. Mentre correva, lo sguardo fisso era rivolto avanti in un punto preciso.
Con la mano destra prese dalla cintura un piccolo rettangolo nero che scattò improvvisamente allungandosi in un paio di occhiali con un’unica visiera colore arancio, così ebbe il buio dalla sua parte. Gli occhiali a visione notturna ora avevano tutta la zona sotto controllo. Con l’altra mano sfilò, da quello che inizialmente era una minigonna ora tramutata in un comodo pantaloncino aderente, un filo sottilissimo che a giudicare dal rumore che faceva durante l’estrazione era di acciaio.
Ormai Silvia era giunta al limite, al così detto confine invalicabile dai ribelli. La giovane e agile ragazza, nascosta a terra fra la vegetazione, cercò di mettere a fuoco il piccolo binocolo portatile per riuscire a spiare la situazione all’entrata della Torre 3 dove aveva visto fermare la navetta.
“E’ lei, è Sara, ma come è possibile! La vedo non è un’allucinazione!”
L’immagine che Silvia vedeva attraverso il piccolo binocolo era quella di una donna sola davanti ad una colonna all’entrata della Torre 3. Stranamente distante dal resto del gruppo di giornalisti che ormai erano tutti entrati nella Torre 3.
“Cosa sta succedendo? Io ti vedo Sara! Diamine! Che sta succedendo?”
Silvia attivò al minibinocolo la modalità scatto per fotografare la donna e portare le prove alla base operativa. Riuscì ad inquadrarla chiaramente. Quando, la stessa donna inquadrata dalla giovane ribelle prese ad allontanarsi dalla colonna verso l’entrata della Torre. In fretta e furia ne scattò tre rapidamente. Poi accadde qualcosa. L’immagine dapprima chiara divenne buia. A ciò si aggiunse un rumore sordo.
Silvia tolse il binocolo dagli occhi e davanti a se vide un paio di scarpe con una massiccia gomma che davano il senso della pesantezza e forte stabilità. Alzò lo sguardo, ma nel buio riuscì solo a vedere lunghi capelli penzolare su di lei.
“Cosa abbiamo qui, vediamo un po’?”
Una mano si allungò verso Silvia e afferrò il colletto del giubbotto verde che indossava. Fu tirata su da terra di peso.
“Chi cazzo sei? Lasciami andare maledetto!”
La voce di una donna placò le ire di Silvia.
“Calmati, calmati…non sai in che guaio ti sei cacciata!”
Un secondo dopo un violento schiaffo tramortì la giovane ribelle che finì stesa a terra.
“Faremo contenti la tua sorellina!”
Qualche minuto dopo dal buio della città abbandonata fuoriuscì Mira con la ragazza portata in spalla come un sacco. Mentre si avviava alla Torre 3 qualcosa cambiava nel ritmo dei passi e sulla figura della Cacciatrice. Gli scarponi pesanti iniziarono a mutare forma ritornando a quella originale, mentre il pantaloncino che, dapprima aderiva a tutta la lunghezza delle sue cosce formose, prese a staccarsi e ritirarsi, lasciando il posto alla precedente minigonna.
Dall’entrata della Torre uno sguardo seguì la scena. Claudia era interdetta, non riusciva a comprendere ciò che vedeva. Una donna vestita con minigonna e stivali a zeppa attraversava elegantemente il piazzale, con in spalla il corpo di una ragazza svenuta.
6°
Capitolo
Torre 1
Andrei Damian, senza scomporsi, attraversò a passo celere l’immenso spazio che correva dal proprio ufficio a quello del Presidente Manfredi. Questa volta, dipinto sul viso, lasciava trapelare impazienza. Di ciò se ne accorgevano anche i dipendenti che incuriositi si chiedevano quanto grave potesse mai essere la notizia che stava per comunicare il Vicepresidente, vista anche l’ora tarda.
Andrei giunse alle porte della stanza presidenziale. Bussò con la mano due volte, piombando subito dopo all’interno di essa senza attendere nessun invito. Si diresse velocemente ai monitor posti sulla sua destra, senza rivolgere lo sguardo alla grande scrivania dove risiedeva Lucio Manfredi.
“Sig. Presidente, la nostra Cacciatrice di Taglie le ha appena fatto un regalo!”
Andrei esponeva i fatti operando contemporaneamente sui monitor in modo frenetico. Non si era accorto che Manfredi era affacciato ad uno dei finestroni a contemplare la luna in religioso silenzio. Il Presidente di Rebirth non si voltò, tuttavia per Andrei non avrebbe fatto nessuna differenza. Sapeva benissimo che l’avrebbe comunque ascoltato con attenzione tutto.
“Dal lato della Torre 3, circa 20 minuti fa, è stata intercettata e catturata una giovane ribelle. Al momento è rinchiusa nelle celle della Polizia Governativa. Crediamo si tratti della sorella di una delle Cacciatrici di Taglie agli ordini di Mira. Attendo suoi ordini!”
“Non aspetti miei ordini Damian. Mi aspetto da lei risultati anche a costo di stravolgere i piani originali!”
“Bene…Sig. Presidente. Non passerà molto tempo, sono certo che qualcuno dei ribelli proverà a liberarla dalle prigioni così come è accaduto in passato. Ho già in mente qualcosa che ci farà risparmiare tempo ed energie…e lo farò con l’utilizzo di un elemento da lei previsto, Cayco. Per fare ciò sig. Presidente dovrebbe autorizzare un’escissione…ora!”
Quelle parole fecero voltare finalmente Manfredi. Dopo qualche secondo, con un semplice gesto del capo acconsentì al piano di Andrei.
Fuori dall’ufficio il Vicepresidente chiamò a se un uomo.
“Avverta immediatamente la dottoressa Silvia Florakis. Le dica di preparare il laboratorio per un’escissione!”
“Come? Un’escissione, proprio un…”
“Vuoi che te lo ripeta? Cosa non ti è chiaro?”
Accortosi del fastidio provocato dalla propria perplessità, l’uomo non aggiunse altro e si diresse in uno degli uffici più vicini a se.
Mira appena rientrata nel suo lussuoso appartamento staccò le armi poste dietro la schiena e le ripose nella cassetta di sicurezza accanto alla porta d’entrata. Percorse il piccolo corridoio in legno che la portava in salotto. Giunta nella spaziosa stanza lanciò per terra l’ampia cintura che l’avvolgeva in vita. Il rumore fece agitare uno strano essere chiuso in una piccola scatola trasparente con all’interno una vegetazione in miniatura.
All’apparenza poteva sembrare un bruco impazzito. La donna non fece altro che avvicinarsi alla scatola e schiacciare il tasto blu posto al centro di essa. Qualche secondo dopo ne scaturì una serie di note musicali, apparentemente lanciate a caso. Queste avevano tuttavia una linea armoniosa. Ciò bastò a saziare quello strano e variopinto essere.

Gli appartamenti delle Torri avevano tutti una forma esagonale. Questo permetteva agli inquilini di avere una panoramica di tutte le stanze stando semplicemente in salotto.
Mira si allontanò dirigendosi nella stanza da letto dove iniziò a spogliarsi. Furono gli stivali i primi ad abbandonare il suo corpo. Una volta lanciati lontano persero la colorazione che avevano tenuto fino a qualche secondo prima. Stessa sorte per l’abito, appena sfilato e riposto nell’armadio perse le strisce colorate di rosso e blu che l’avevano contraddistinto fino a quel momento. Una comoda e lunga vestaglia di raso celeste l’avvolse completamente. Qualche minuto dopo uscì dal bagno accompagnata da una nuvola di vapore. Una doccia calda era quello che ci voleva e, in una successione quasi scontata, si sedette sul divano.
Lo sguardo di Mira era fisso sul tavolino di vetro che le stava davanti. L’esserino nella scatola sembrava osservarla. Allungò il braccio verso il bordo del tavolino facendovi scivolare l’indice. In realtà quel gesto era servito a far rientrare all’interno di esso una sezione di vetro dove ne scaturì uno spazio nascosto. Riposto in quel piccolo spazio c’era un diario ed una penna piuttosto vecchi.
Mira raccolse il piccolo quaderno annusandone le pagine ingiallite.
Al porto si respirava un aria di forte tensione. Un gruppo di ragazzi si era accalcato intorno alla trasmittente. Sara si accorse di quell’ inusuale brusio e si avvicinò.
“Ragazzi che succede?”
Fu Marco a prendere la parola rialzandosi dalla scomoda posizione in cui si trovava.
“Circa un’ora fa abbiamo perso le comunicazioni con Silvia!”
La donna si fece immediatamente spazio nel gruppo.
“Avete perso? Che vuol dire perso? Quand’è l’ultima volta che l’avete sentita?”
La voce di Sara iniziò a prendere corpo e volume attirando inevitabilmente l’attenzione di altri.
“Stava seguendo una navetta piena di giornalisti. L’ultima volta che abbiamo comunicato con Silvia sembrava tranquilla.”
“Sembrava?”
Sara iniziò a preoccuparsi ancora di più. Marco stava per aggiungere altro, ma fu bloccato da Alessio che sbucò dal nulla mentre indossava un completo verde, identico a quello dell’amica scomparsa.
“Sara lascia che io e Jean usciamo a cercarla! Conosciamo la strada che ha percorso e le eventuali tracce che ha lasciato!”
Sara scorse Jean, qualche metro più indietro, indossare anch’egli la tuta mimetica.
“Miseria che guaio!”
L’impazienza mista a preoccupazione tirò fuori l’accento americano della donna.
Sara sentì una mano poggiarsi sulla spalla, era Tamla, che intervenne dopo aver ascoltato tutta la conversazione.
I presenti attesero un suggerimento dall’uomo. Alessio sospirò, profondamente deluso, dando per scontato un rifiuto da parte del loro leader di poter agire in due da soli.
“Conosciamo bene Silvia non è così sconsiderata da non avvisare la base operativa. Qualcosa deve esserle successo!”
Marco tentò nuovamente di fare un resoconto ripercorrendo tutti gli spostamenti della ragazza, ma Alessio riprese il sopravvento.
“Perdiamo solo tempo così facendo! Tamla lasciaci perlustrare la zona!”
“Alessio, Jean, lo dirò una sola volta! Manderò in perlustrazione quattro uomini. Dopo di che uscirete a cercare Silvia. Percorrerete esclusivamente la linea da lei percorsa è chiaro? Non un passo in più! Trasmetterete al campo base per ogni chilometro percorso. Chiaro?”
“Chiaro Tamla fidati, controlleremo metro per metro il percorso di Silvia!”
“Se la vostra ricerca risulterà vana uscirò io stesso a cercarla! Jean, Alessio fate molta attenzione!”
Sara aveva ben compreso la reale preoccupazione di Tamla. Con tutta probabilità l’uomo immaginava la ragazza prigioniera della Polizia Governativa.
I due giovani ribelli non se lo fecero ripetere una seconda volta e corsero fuori dal capannone qualche minuto dopo l’uscita dei perlustratori di zona. Marco si accovacciò a terra in attesa di comunicati.
Torre 1
“Lucio, che succede qui? Non credo di aver compreso bene questi ordini dall’alto.”
La voce femminile, leggermente rauca e profonda, proveniva dalla figura esile sul monitor del pc. Era quella di una donna di certo molto in là con gli anni, la dolcezza con cui esponeva le sue perplessità non era tuttavia da sottovalutare.
“Mia Cara Dottoressa, sono giorni che non ci si sente. Ci saremo visti di sfuggita un paio di volte in queste ultime settimane se la mente non mi inganna.”
“Lucio! Ci sarà un momento anche per sedersi e parlare tranquilli. Ora vorrei capire per quale importante motivo è stata presa una decisione del genere? Far soffrire castighi dell’inferno ad un uomo, sottoponendolo ad un’ escissione…”
“Dottoressa Florakis, sai che non ti chiederei mai un’operazione del genere senza un motivo che sia veramente importante! Dunque non comprendo i dubbi che ti assalgono ora.”
“Dottoressa, Dottoressa…questa tua professionalità è fuori luogo caro Presidente!”
Seguì qualche secondo di silenzio fra i due interlocutori.
“Silvia, che succede? Parlami! …Ti chiedo di fidarti. Questi sono tempi in cui è impossibile tornare indietro o avere ripensamenti…”
“Risparmiami il discorso! Credo sia arrivato il mio paziente. Devo lasciarti…Signor Presidente!”
La linea si interruppe lasciando Manfredi in piedi, al buio davanti la propria scrivania.
Lo sguardo dell’uomo corse dritto verso i monitor alla sua sinistra, uno di quelli restituiva le immagini di un laboratorio dove era appena entrato un giovane uomo, seguito dal vicepresidente Andrei Damian.
Il ragazzo, poco meno che venticinquenne, era Cayco, lo stesso comparso nei file di Manfredi qualche ora prima. L’immagine successiva dal monitor più alto mostrò la figura di una donna, probabilmente sulla settantina, magra, con capelli molto corti e bianchi come neve e con camice da laboratorio che si avvicinava al giovane per parlargli.
Manfredi mostrò maggiore attenzione per quel momento di attesa, tuttavia non attivò l’audio per ascoltarne il dialogo fra i due. Era una situazione che, comunque fosse andata, avrebbe portato conseguenze spiacevoli.
Senza batter ciglio il giovane iniziò a sfilarsi la giacca su cui erano riportati gradi da vicecapitano e successivamente i pantaloni. Completamente nudo Cayco si stese sul lettino da laboratorio accanto alla dottoressa. Andrei si avvicinò al ragazzo per attaccargli intorno alle braccia e alle gambe cinture che lo tenessero fermo, immobile. La donna si voltò verso il Vicepresidente che comprese l’inutilità del gesto. Lo stesso Damian ne rimase perplesso e uscì dalla stanza.
Era ciò che si aspettava Manfredi, era tutto. Ma prima di chiudere il collegamento con il laboratorio si fermò ancora a guardare un’ultima scena. La donna prima di iniziare qualsiasi tipo di operazione sul corpo del giovane soldato, gli teneva la mano parlandogli. Sembrava volesse spiegargli tutto il procedimento che da li a poco avrebbe subìto. Lo sguardo duro del giovane rimase comunque fisso davanti a se.
La Dottoressa si allontanò attivando da un pannello di controllo lo spostamento automatico del letto operatorio. Ciò permise l’introduzione in verticale del corpo di Cayco in una cabina di forma ovale. La stessa si chiuse inglobandolo, contemporaneamente, si spense anche il collegamento di Manfredi con il laboratorio.
L’anziana scienziata diede un ultimo sguardo al ragazzo prima di passare alla visione radiografica e più dettagliata del monitor. Le bastò premere un tasto e segnalare i permessi alla macchina per mettere in funzione il tutto. All’interno della cabina iniziò ad entrare del liquido denso e trasparente che riempì completamente la cabina. Cayco non fece una piega, riuscì a trattenere per molti secondi il respiro fino a quando vennero liberate nel liquido cinque sfere di colore blu che si posizionarono in più punti davanti al corpo di Cayco.
La scienziata prima di procedere abbassò la testa trattenendo mormorando qualcosa.
“Che gli Dei mi perdonino. Non ho più scusanti per tutto questo dolore!”
Con il ribollire del liquido trasparente le sfere iniziarono a girare vorticosamente. Lo sguardo del ragazzo iniziò a cambiare espressione. Alla forte mancanza di ossigeno iniziò a percepire male lungo tutto il corpo. Cayco aprì completamente la bocca in un disperato urlo di dolore che rimase muto all’interno del liquido.
Le sfere iniziarono a prendere maggiore velocità nello stesso momento in cui il ragazzo iniziò a battere i pugni contro il vetro della capsula e ad avere le prime convulsioni. Pochi secondi dopo l’intero liquido trasparente si colorò di rosso sangue, il sangue del giovane soldato.
Al porto, nel grande capannone, temporaneo rifugio dei ribelli, si discuteva sul da farsi almeno all’apparenza. Era in realtà la sola Sara che tentava ad ogni costo di far cambiare idea a Tamla.
“Non essere irremovibile per forza! Cerchiamo di ragionare. Tra due giorni ci sarà il G 30 e non possiamo gettare all’aria un piano preparato da mesi, soprattutto ora che abbiamo perso i contatti con Leone da Nuova Napoli. Silvia è una ragazza in gamba, anche se l’avessero catturata non credo che le faranno del male Tam, so che lo credi anche tu!”
Le parole di Sara servivano solamente a dar tempo all’uomo di prepararsi per uscire alla ricerca di Silvia.
“E’ proprio di quello che mi preoccupo Sara. Sanno benissimo che attaccheremo la Torre 2 durante il G 30 e useranno la ragazza per minacciare tutti noi. Non mi preoccupa la Polizia Governativa…”
Sara abbassò lo sguardo mentre Tamla si era ormai sfilato la divisa del catering e infilato la sua canotta.
“…quello che mi preoccupa è saperla nelle mani delle Guardie delle Torri e, sappiamo bene che merda di elementi sono quelli! Uomini che non scendono in campo da anni, relegati ad attività misere di guardia delle alte cariche oltre a fungere da polizia per i singoli piani delle Torri. Posso solo immaginare quanto siano frustrati e impazienti di occuparsi di una giovane ribelle dopo tanti anni.”
La discussione fra i due fu interrotta dalla presenza di un uomo e una donna che sembrava avessero ascoltato tutto.
“Tamla, Sara, mia figlia se la caverà. La conosciamo bene! Anche noi crediamo che non le faranno nulla, stiamo parlando di una ragazza poco più che ventenne e poi sua sorella…la nostra Giulia e li e, magari…”
La donna cercava invano di trattenere le lacrime e lasciò il posto al marito.
“Quello che Carla vuole dirvi è che non dobbiamo far saltare il piano a questo punto. Nostra figlia se la caverà di questo ne siamo sicuri!”
Tamla continuò la preparazione, mentre Sara cercò di consolare Carla abbracciandola
“Silvia è una ragazza tosta lo sappiamo bene! Troveremo una soluzione!”
Marco interruppe i presenti comunicando le ultime informazioni da Alessio e Jean
“Hanno raggiunto il punto dell’ultimo contatto di Silvia, non c’è traccia di lei!”
Uno sguardo fra Tamla e Sara e subito la donna si staccò dal gruppo urlando qualcosa ai presenti.
“Dobbiamo immediatamente lasciare questo posto abbiamo pochi minuti per passare al rifugio sette. Passate parola a tutti i vostri amici, il rendez vous ci sarà fra un paio d’ore!” Sara si rivolse poi a Marco
“Comunica a chi è in perlustrazione del cambio rifugio!”
“Ok sarà fatto…un’altra cosa…”
L’attenzione dei presenti fu tutta per lui.
“Silvia utilizzava anche un altro modo per comunicare con noi, era solita intrecciare fili d’erba e puntarli nella direzione presa, una traccia invisibile, o meglio visibile solo a chi ne è a conoscenza, a quanto pare Alessio e Jean sapevano.”
“Vuoi dire che mia figlia ha lasciato una traccia?”
“Si Carla…purtroppo si è diretta verso le Torri…ignorando gli ordini.”
Sara ne uscì sconfortata forse più dei genitori della giovane rapita.
“Cazzo Silvia perché sei andata proprio nella tana del lupo?”
Tamla era pronto per partire alla ricerca della ragazza. Le ultime indicazioni furono rivolte a Sara.
“Abbiamo ancora due giorno per noi, riuscirò a trovarla o quantomeno verificarne la posizione, stanne certa! Se mi dovesse accadere qualcosa…”
“Cosa? Se ti dovesse accadere qualcosa cosa vuoi che facciamo? Vuoi che agiamo da soli? Vuoi che tutti siano concentrati sul piano d’attacco sapendo che…ti è successo qualcosa? Tamla, queste persone contano sulla tua presenza. Non siamo guerrieri! Neanche soldati! Siamo gente comune che lotta per non diventare parte del disegno assurdo di Manfredi.”
Sara fece l’impossibile per far cambiare idea all’uomo, ma sapeva che neanche decidendo di prendere lei stessa il suo posto per il recupero di Silvia, gli avrebbe fatto cambiare idea. Doveva comunque fare un tentativo.
“Questa gente ha bisogno della tua presenza Tamla! Manderemo altri a cercare Silvia. Ci sono validi elementi che possono perlustrare la zona ed arrivare anche al confine con le Torri. Io stessa potrei farlo al posto tuo. Lascia a noi questo compito! E poi, ammettiamo pure il caso che, anche senza la tua presenza riuscissimo ad avere per le mani quell’arma…come potremmo mai gestire una cosa del genere se neanche io ho ancora chiaro in testa di quale potenza sia capace e se o quando potrebbe esplodere proprio nelle nostre mani?”
Probabilmente Sara era l’unica persona che riusciva a far ragionare Tamla, portando alla sua attenzione fatti concreti. Riuscì nel suo intento. L’uomo organizzò una nuova squadra di sei, fra uomini e donne che, avrebbero perlustrato la zona confinante con le tre Torri.Egli stesso però avrebbe supervisionato, seguendoli, la ricerca.
Tempo sette minuti e nel capannone, prima affollato da oltre 300 anime, non vi era più nessuno.
Erano passate le 2:00 del mattino, quando nel tunnel che portava negli uffici della Polizia Governativa, dei passi risvegliarono l’attenzione del piantone di turno. L’unico ufficio in piena attività, quella notte, ospitava cinque poliziotti.
L’uomo lasciò la sua postazione quando si accorse che quei passi provenivano da due Guardie delle Torri che sorreggevano un ragazzo piuttosto malconcio. Le luci fredde dei neon mostravano chiaramente chiazze di sangue sul viso e sul corpo. Il giovane vestiva solo di un pantalone anonimo molto largo, nero, senza t-shirt. Il corpo era fasciato da bende per l’ottanta per cento di esso, una benda, sporca anch’essa di sangue fresco, copriva gli occhi.
Il piantone rimase interdetto mentre seguiva con lo sguardo le guardie trascinare un corpo che sembrava ormai non reggersi in piedi.
“Abbiamo ordini dal Vicepresidente Andrei Damian! Questo prigioniero è ora nelle vostre mani!”
“Ma cosa…cosa gli è successo?”
“La documentazione riguardanti il prigioniero verrà redatta entro domani, per il momento viene ufficialmente consegnato alla Polizia Governativa!”
“Si tratta di un ribelle vero? A chi è stato accreditata questa cattura?”
“Abbiamo l’ordine di consegnare il prigioniero. Per eventuali informazioni potrà rivolgere le domande al Comandante Vincent.”
Firmato il documento che ne attestava il passaggio, le Guardie delle Torri tornarono indietro lasciando il ragazzo ferito fra le braccia del piantone.
“Come ti chiami ragazzo? Ehi! Mi senti? Qual è il tuo nome?”
Ci fu un momento di ripresa da parte del giovane che alzò la testa rivolgendola verso quella voce e sussurrò qualcosa.
“Cayco…Cay”.
In quei secondi aveva probabilmente raccolto le ultime forze. Subito dopo svenne, mentre nuove macchie di sangue iniziarono a comparire lungo le bende che lo coprivano.


