“N – A – N – O” – 1° e 2° capitolo
“N — A — N — O”
t e c h n o l o g y
1°
Cap.
Quella città non le era mai sembrata tanto complicata e vorticosa con i suoi innumerevoli intrecci di vie, l’aria salmastra si faceva sentire sempre di più e le avvolgeva da ogni punto della città, quell’aria e quell’odore che tanto rassicuravano la piccola Mira.
Gli occhi della bambina vorticavano velocemente tutto intorno, anche a causa del passo veloce della mamma che la teneva in braccio, forse per accelerare la marcia, lei era piccola non avrebbe mai potuto sostenere il suo passo da adulta.
La mamma però sembrava spaventata, aveva il fiatone eppure ogni tanto le volgeva uno sguardo di interessamento, sembrava chiederle con gli occhi: ”tutto bene piccola mia?” Allora lei, la sua piccola Mira si tranquillizzava e si lasciava trasportare dalle sue braccia come in una potente ninna nanna.
“Ancora un po’ Mira e saremo arrivate, nessuno potrà più farti del male, te lo giuro!”
I capelli rossi della donna erano scarmigliati dalla corsa, il viso stanco e provato metteva in evidenza ancor più i segni di sofferenze passate, ma ciononostante Monica era ancora una bella donna.
Intanto si ritrovarono, quasi senza accorgersene, dall’ anonimato dei vicoli ad un’ immensa e illuminata piazza abitata da una miriade di volti, di voci, di clacson, di risa e di parole confuse che si trasformava in uno stimolante caos cittadino.
Sullo sfondo si stagliava una enorme fontana che troneggiava al centro della piazza, questa raffigurava la sagoma stilizzata di un uomo proteso, ad afferrare o forse a sostenere uno strano oggetto esagonale. Il getto d’acqua che ne scaturiva rassicurava e rilassava; alle spalle della fontana la stazione, la loro meta…la loro salvezza!
La donna si guardava intorno, quanta vita c’era in quella piazza pensava: un centro direzionale efficiente, rumoroso e oltre, tutto attorno ad essa, faceva, di quell’enorme spazio, un passaggio obbligatorio da un grattacielo all’altro, per coloro che lavoravano in quella zona.
Subito dopo la stazione che cercavano di raggiungere, si trovavano le fondamenta e le basi, circondate da impalcature, di tre immense costruzioni chiamate dal popolo di Rebirth, Torri.
Questo era stato il nome delle grandi strutture di nuova generazione, scelto dal Presidente Lucio Manfredi. Un progetto che, secondo il Capo di Stato, avrebbe portato all’isola artificiale nuova linfa vitale, anche se questo significava il lento disfacimento dei vecchi edifici nelle numerose piccole città, sparse sull’isola.
Tutta la popolazione infatti sarebbe stata assorbita, nel tempo, dalle tre Torri. Tutto ciò anche grazie al notevole contributo della nanotecnologia di cui l’isola artificiale era già un punto nevralgico al mondo sullo studio delle nanomacchine.
Quelle costruzioni di vetro e acciaio, insieme avrebbero sovrastato la città come un potente guardiano vigile e sempre attento.
La donna si fermò qualche istante proprio accanto alla fontana per riprendere fiato, posò giù la sua piccola Mira, le si inginocchiò davanti sistemandole il vestitino e rimboccandole il cappotto. Osservò con una strana riverenza, misto a profondo rancore, il ciondolo che la piccola portava al collo.
Aveva una forma che ricordava due balloon posti l’uno contro l’altro di un acceso colore blu, aggiunti a quel pendente centrale solo in seguito. Le due figure blu infatti erano separate al centro da un ellisse di un rosso acceso che era l’originale forma del ciondolo. Sembrava enorme e pesante addosso alla sua bambina che però lo portava tranquillamente.
La donna si rialzò. Un ultimo sguardo furtivo intorno a se ed era pronta a ripartire. Di fronte, distante ancora 400 metri, la stazione, la loro meta. Ricominciò il cammino frenetico. Ormai mancava davvero poco quando la donna si sentì improvvisamente strattonare da Mira. Sulle prime cercò di non darle retta, erano quasi arrivate non aveva senso fermarsi ancora, era rischioso. Ma la bambina insisteva e tirava, tirava.
“Tesoro lo so che sei stanca! Ti prego ancora un po’ di sforzo e poi ci riposeremo sul treno, ti piace il treno no?”
Mira non l’ascoltava, aveva lo sguardo fisso davanti a lei verso un punto preciso. I suoi occhi guardavano altri occhi che la scrutavano con molta attenzione, occhi neri, vitrei.
Seguendo lo sguardo di sua figlia, la donna vide anche anch’ella l’austera figura ritta a soli cinquanta metri di distanza da loro. Un uomo alto, con un cappotto lungo e scuro, era fermo, immobile tra la fontana e la stazione, e le osservava.
“Mira! Cara dobbiamo tornare indietro! Mi sa di aver dimenticato una cosa importante…dai ti port…”
La donna si voltò verso la bambina e quasi urlò nel ritrovarsi alle spalle un’altra sinistra figura. Era una donna alta, dai capelli di un biondo platino che alla luce del giorno davano l’impressione di essere completamente bianchi. Erano raccolti ordinatamente e fasciata anche lei in un lungo cappotto blu scuro.
La mamma della piccola Mira rimase impietrita, il sangue le si gelò nelle vene. Tentò di indietreggiare ma si accorse che l’uomo aveva acquistato velocemente metri, raggiungendole. Erano in trappola.
L’altra donna posò la sua mano destra sulla testa di Mira che non si mosse. La bambina continuava a fissare la madre che era visibilmente terrorizzata.
“Vi prego lasciateci andare, voi, voi non sapete cosa state facendo, non sapete chi sia mio marito in realtà! Non sapete quello che ha fatto alla mia bambina! Vi prego! Non seguite ciecamente gli ordini, ragionate per favore! Lasciateci andare! Fatemi portare Mira lontano da questa maledetta isola!”
Le due oscure figure si guardarono in volto e abbozzarono un leggero ghigno.
“Sappiamo tutto signora, per questo siamo venuti a riprendere la bambina! E’ fondamentale che non esca dai confini di Rebirth!”
L’uomo calò le sue parole come una scure tagliente per la donna che decise istintivamente di reagire. Non poteva assolutamente permettere che prendessero la sua piccola Mira, gliel’ aveva promesso e le promesse di una madre vanno mantenute.
Monica partì improvvisamente, scagliandosi contro l’uomo con tutto il corpo, nella speranza di spingerlo lontano per scappare, ma c’era ancora l’altra donna. Le bastò stringere le proprie mani sulle spalle di Mira per trattenerla, senza battere ciglio.
L’uomo che non aveva risentito della spinta ricevuta, teneva bloccata la donna per un braccio serrando il pugno fino a farle male. Monica provò ugualmente a colpirlo con l’altro braccio, ma ottenne solo un sonoro schiaffo che per qualche secondo la stordì completamente facendola precipitare al suolo.
Mira assistette a tutta la scena, cercò di liberarsi a sua volta dalla stretta dell’altra donna che con dolce fermezza tentava di allontanarla dal posto. In quegli istanti confusi i passanti iniziarono ad incuriosirsi a quello strano movimento accanto alla fontana. Si fermavano, rallentavano, ma nessuno faceva nulla per intervenire. Eppure c’era una bambina evidentemente in pericolo.
La piccola si agitava, voleva liberarsi e correre dalla madre. La donna iniziò a faticare per trattenerla, il suo agitarsi fece penzolare, fuori dal cappotto, il ciondolo che custodiva al collo; l’uomo ne fu come ipnotizzato. In quei primi secondi quasi non riusciva a credere che la bambina portasse proprio con se quell’oggetto. Ne fu poi definitivamente rapito. Con una sola falcata si trovò, come un gigante, sulla sua piccola preda.
“Guarda! Guarda Gloria! Il ciondolo è al collo della bambina! Come avrà fatto a prenderlo?” La donna, seppur sorpresa da quella visione, mantenne il controllo.
“Dobbiamo andare, abbiamo attirato l’attenzione dei passanti. Prendi la donna e andiamo via!”
L’uomo in parte aveva ascoltato ciò che la collega le aveva intimato, ma quello che voleva era solo tenere qualche secondo nelle sue mani l’oggetto. Tese la mano verso il collo della piccola pronto a strapparglielo se fosse stato necessario.
Ancora in parte stordita, Monica si riprese dal forte colpo ricevuto. Corse subito verso la piccola Mira, le vide disegnato sul volto la stessa espressione che pochi minuti prima descriveva il proprio terrore. L’uomo che in quell’istante aveva raggiunto il collo della bambina, aveva in volto un’espressione terrificante. Lo sguardo bramoso sembrava trasmettere piacere nello sfiorare il ciondolo e, quello bastò per scatenare qualcosa che nessuno avrebbe mai osato immaginare: quel che accadde fu repentino, pochi minuti e tutto intorno cambiò.
Un’ energia gargantuesca investì tutta la piazza come un’enorme esplosione nucleare, ma senza la potenza del fuoco. Tutto sobbalzò, la terra, le macchine, le case e gli esseri umani presenti tutti intorno. Furono investiti da un’onda d’urto. Un suono roboante e sordo circondò completamente il quartiere e la piazza compresi. Tutte le persone, nelle case, per le strade e nei vicoli, come pedine di una enorme scacchiera, iniziarono a cadere. Operai sulle impalcature precipitavano come mosche morte. La scena a cui si assisteva era fuori da ogni immaginazione.
Poi tutto tornò fermo, silenzioso. Quel luogo, prima animato e rumoroso, era diventata un’area morta in pochi minuti. La piccola Mira osservava la miriade di corpi attorno a se, completamente avvolti da sudari di sangue. Anche il corpo di sua madre compresi quelli dell’uomo e la donna che avevano cercato di rapirla, erano nelle stesse condizioni, corpi massacrati, carni straziate. Gli occhi della piccola erano quelli di un bambina non pienamente consapevole di quello che le era appena accaduto intorno. Uno stato d’animo sospeso tra l’incredulità e lo smarrimento.
I suoi pensieri furono distolti da un’ombra scura che la raggiunse come un minaccioso temporale pronto a scatenarsi.
Mira alzò lo sguardo mentre una lieve pioggia iniziò a cadere su tutta la piazza; era una pioggia di sangue. Gocce rosse le imbrattarono completamente il volto. Nei secondi successivi il ciondolo che portava al collo cessò gradualmente il suo battere disarmonico.
Il cambiamento arde da sempre nel cuore degli uomini.
Talvolta esso genera potere e il potere corrompe, causando vittime.
Ripristinare l’equilibrio richiede sempre un sacrificio.
Qual è il poso di Mira in tutto questo?
2. Cap.
37 anni dopo…
Rabbia, dolore, dubbi, questi i sentimenti che la donna sentiva nel momento in cui sfogliava come ogni mattina l’e-magazine sul proprio pc. Toccava delicatamente lo schermo e le tornava alla memoria l’articolo in prima pagina di un fatto avvenuto 37 anni prima, una pagina ormai ingiallita e attaccata alla parete come un post-it dell’anima che ancora bruciava.
L’articolo imputava quella immensa onda d’urto, che aveva devastato un’area di circa cinque chilometri sulla isola artificiale Rebirth nella Vecchia Europa, ad un attacco terroristico. Ormai ogni evento così catastrofico, tragico veniva imputato al terrorismo. Era sempre la prima spiegazione che saliva alla mente.
La donna conosceva tutta la verità, ma intanto rileggeva, come ogni anno quello stesso giorno, ciò che riportava il vecchio magazine:
“la bambina, unica sopravvissuta a questo tragico atto terroristico, è deceduta 5 giorni fa. Oggi ci sarà un discorso di commemorazione in Piazza delle Scienze.”
Spense il pc e si alzò dalla scrivania. Nel silenzio del luogo il frusciare della sua vestaglia era l’unico suono. A piedi nudi si diresse verso la stanza da letto del lussuoso quanto intricato appartamento pieno di ampie stanze. Tanto lussuoso quanto gelido nella scelta dell’arredamento, solo lo stretto necessario adornava l’arredo qua e la, ma tutto di ottima qualità.
Superò la soglia di una stanza dai molti angoli, dove a troneggiare c’era un enorme letto, di fronte ad esso un armadio con le porte scorrevoli occupava quasi l’intera parete, vi era poi uno specchio a figura intera e sullo sfondo una portafinestra la conduceva verso il panorama mozzafiato dell’isola artificiale, trovandosi anche lei in una delle tre Torri. Fuori da essa, la donna, osservava tutti i giorni per qualche secondo il volo di una piccola aquila che aveva l’abitudine di girare intorno alle tre immense strutture.
La figura femminile si avvicinò all’armadio da dove sfilò, per poi indossare, uno dei tanti abiti dall’aspetto anonimo simile ad una tunica. Questo era collegato ad un sottile cavo. La donna passò la mano sul touch screen presente nell’armadio, l’abito iniziò così a colorarsi con larghe strisce verticali blu e rosse che lasciavano intravedere generosamente il seno prosperoso. La parte bassa dell’abito si accorciò fino a diventare un’attillata minigonna che scoprì le sue cosce forti e sensuali. Piegando leggermente la gamba staccò il cavo che teneva collegato l’abito, questo scomparve all’interno dell’armadio. Aggiunse una cintura rigida alla vita poi con una leggera pressione al petto apparve un badge identificativo con una sigla, P.G.
Prese distrattamente gli stivali lunghi con zeppa, li indossò tirando poi dal vestito un cavo in fibra ottica che legò all’orlo di uno degli stivali i quali assunsero lo stesso colore e stile dell’abito. Era quasi pronta. Indietreggiò mentre il cavo in fibra ottica tornò al suo posto scomparendo nell’abito.
Si guardò allo specchio, diede una sistemata alla folta chioma rossa quindi riattraversò l’appartamento fino al mobile bar dove incastonata nella parete tipo cassetta di sicurezza vi era una porticina d’acciaio. Mentre operava nell’apertura della stessa, estraendone due pistole dalla pesante impugnatura, lanciò uno sguardo rapido ad una curiosa scatola trasparente ricca al suo interno di vegetazione e chiusa ermeticamente. All’interno di essa un piccolo esserino dalla strana figura fece capolino rifugiandosi nuovamente in quello che sembrava un piccolo cespuglio. Dava l’impressione di un minuscolo bruco dai colori sgargianti. Sistemò rapidamente ai lati della cintura le due armi, automaticamente si spostarono dietro la schiena cosi da non infastidirle nei movimenti.
Alle otto in punto, come sempre, la donna attraversò l’atrio del 5° Strato al 7° piano nella Torre 1 di Rebirth. Fuori dalla porta si ritrovò in un vortice di gente tutte di corsa e dirette di sicuro al proprio posto di lavoro. I negozi, i laboratori, gli uffici, posti su quel livello iniziavano l’apertura proprio in quel momento.
Ogni piano della Torre conteneva in se altri 5 piani denominati Strati. Ognuno di questi Strati poteva contenere a sua volta più di 40 famiglie oltre, ovviamente, a varie attività commerciali e centri di ritrovo. La Torre 1 era l’unica delle tre strutture che aveva un piano aggiunto dove l’amministrazione tutta, il Presidente e i suoi collaboratori risiedevano.
Ormai le tre Torri erano diventate un punto obbligatorio per migliaia di persone, decise a passare le proprie vacanze, o semplicemente una toccata e fuga, sull’isola Rebirth. Era diventata una consuetudine anche la richiesta di trasferimento sull’isola di personaggi importanti da tutto il mondo, dato che su Rebirth avrebbero trovato libertà di espressione, ma ciò avveniva sempre su approvazione del Presidente Manfredi.
Dai più grandi cuochi agli stilisti di fama mondiale, dai progettisti agli scienziati ai medici tutti erano interessati a trovare un posto all’interno di quello che era ormai il cuore pulsante del mondo intero…le tre Torri di Rebirth. L’assoluta progressione sullo studio e l’applicazione della nanotecnologia faceva il resto. Vivere nelle Torri era diventato non solo un sogno per il mondo intero, ma anche per gli abitanti dell’isola stessa.
L’impianto della così detta Nano5-#2, obbligatorio nei soggetti abitanti delle Torri, era un rivoluzionario metodo di cura costante e di ringiovanimento del fisico, noto in tutto il mondo. Probabilmente la vita, all’interno di queste immense Torri, non faceva rimpiangere ciò che ci si era lasciato alle spalle.
Mira si lanciò nella folla sicura di passare inosservata come tutte le mattine. Per un istante tale sensazione l’abbandonò del tutto. Notò infatti a grande distanza che Nina, un valido elemento della propria squadra di Cacciatori di Taglie, era uscita nello stesso momento dal proprio appartamento. Mira non era solita…per meglio dire: non le piaceva perdere tempo in chiacchiere o saluti di convenienza se non strettamente legati al lavoro; pur rispettando pienamente il valore della propria squadra che, inconsapevolmente, era divenuta per lei una sorta di famiglia.
Si rifugiò così nel suo solito ascensore fra i 20 collocati su ogni Strato. Le porte si chiusero morbidamente attivando una virtuale veduta panoramica all’interno di essa. Un’irritante musichetta si attivò successivamente accompagnando la lunga discesa. Mira sferrò il suo abituale pugno contro il pulsante di spegnimento. Quell’ammaccatura piuttosto evidente tornò al suo posto in pochi minuti come sempre capitava ogni mattina. Nanomacchine speciali, di cui era composta anche la struttura di quelle giganti torri, si dimostravano sempre fin troppo efficienti per Mira. La donna almeno era certa che quella musichetta tanto irritante non si sarebbe riattivata in brevissimo tempo e che avrebbe raggiunto la sua meta in assoluto silenzio.
La voce sensuale dell’ascensore mise fine al solito viaggio: ”Piano terra…buona giornata!” La Cacciatrice di Taglie percorse l’atrio del piano raggiungendo una delle gallerie poste di fronte ad ella. In fondo ad una di queste risiedevano vari uffici amministrativi. Mira raggiunse una sala contraddistinta dal logo P.G.: Polizia Governativa.
“Buongiorno Mira…sei uno sballo anche oggi!” Esordì con tanto coraggio uno dei suoi colleghi: “Fai un favore a te stesso, taci!” replicò gelida, ma l’uomo accolse il colpo con un sorrisetto di chi ben conosceva il caratteraccio della donna. Stamattina Giulio sembrava aver trovato un coraggio che gli era mancato negli anni precedenti, forse proprio dal giorno in cui Mira era entrata ufficialmente a capo della squadra dei Cacciatori di Taglie dopo il ritiro di Robert Landau. Un ritiro certo inaspettato per molti. Tuttavia gli stessi colleghi erano ben consapevoli della natura di tale ritiro. Nessuno però sembrava trovare il coraggio di parlarne.
Mira prese fugacemente, dalla scrivania del collega, una cartella nera con un fascicolo di alcune pagine al suo interno, si versò un bicchierone di caffè dalla macchinetta automatica incastonata nel muro di fronte Giulio e ripercorse nel senso opposto il corridoio. L’uomo balzò dalla sua postazione e le corse incontro:
“Mira lascia almeno che ti spieghi di cosa si tratta, riguarda la conferenza che si terrà fra qualche giorno…” “Ti avevo chiesto di tacere o mi sbaglio?…”
L’uomo cercava di starle dietro arrancando nel corridoio dove Mira si faceva strada con la sua falcata. “Qui si parla di Manfredi, la richiesta di protezione viene direttamente dal Presidente di Rebirth…” La donna fermò improvvisamente il suo percorso voltandosi verso l’uomo che preso alla sprovvista si ritrovò a pochi centimetri dalla bocca di Mira. “Ho capito, ho—capito Mira, devo—tacere!”.
Tornata in uno degli ascensori che l’avrebbe condotta ai piani sotterranei, Mira sfogliò velocemente e con attenzione il contenuto del fascicolo. Trovava un infinito piacere nel toccare e leggere direttamente su carta le informazioni che l’attendevano, rispetto alla lettura dei file su schermi o palmari di vario tipo e dimensioni. Lo stesso piacere che le dava sorseggiare il suo caffè bollente mentre il profumo della bevanda si mischiava all’odore della carta riciclabile.
La richiesta di protezione arrivava effettivamente dal presidente del governo isolano, Manfredi. Il fascicolo faceva riferimento ad alcuni capi di accusa nei confronti di un uomo, considerato il leader dei Ribelli. Quest’uomo, insieme ad un numero ancora non definito di rinforzi, erano forse coinvolti in un piano di attacco previsto per la riunione dei Grandi 30 della Terra su Rebirth nei prossimi giorni. “Ancora lui” pensò. Poi chiuse il fascicolo “Ora inizi a scocciarmi!” Bevve ancora un sorso di caffè.
L’ascensore la portò diritta in una sala piena di agenti che alla sua vista sospesero tutti gli allenamenti mettendosi sugli attenti. Assolutamente indifferente Mira si avvicinò ad una scrivania in fondo all’ ampia sala. Questa era piena di fascicoli, un disordine allucinante oltre ad una collezione di tazze vuote e sporche di caffè a cui aggiunse, dopo aver bevuto l’ultimo sorso, anche quella che aveva fra le mani. Stessa sorte per il fascicolo che si accumulò su una pila accatastata da mesi.
Mira diede le spalle ai ragazzi fermandosi a riflettere per alcuni secondi lasciandoli in attesa e sugli attenti. Due di questi si guardarono con l’espressione di chi ormai è abituato a quel tipo di atteggiamento. Uno dei due accennò a qualcosa avvicinandosi all’orecchio del collega “Ehi Galliano, oggi sembra un tantino preoccup…”
Le ultime parole le ingoiò rimettendosi sugli attenti. Mira si era voltata improvvisamente verso il gruppo.
“E’ arrivata la richiesta ufficiale dal fottutissimo Manfredi. Sarà la nostra squadra che gli proteggerà il culo durante la conferenza per la presentazione della Nano5#-3. E’ stata confermata la minaccia di un attacco dal gruppo di ribelli capitanato da Tamla. Farete un lavoro silenzioso e pulito. Gli eventuali arresti dovrete comunicarli esclusivamente a Giulio. Mi chiamerete solamente se non sarete in grado di affrontare il nemico, chiaro?!” Un’espressione da spacconi attraversò gli sguardi di molti dei presenti. “Ultima cosa… Tamla è mio!”
Una voce dal gruppo richiamò l’attenzione di Mira:
“Capitano! Una cosa non mi è chiara: noi cosa centriamo in questo servizio d’ordine, siamo Cacciatori di Taglie o sbaglio?”
“Thore è un ordine e noi come squadra lo eseguiremo al meglio! Chiaro? Avete altre domande sugli ordini che—siete obbligati a seguire?”
La donna ripercorse l’enorme sala fino all’uscita mentre ai suoi lati gli agenti erano ancora sugli attenti. Chaco che prima aveva cercato di parlare con il suo collega Galliano, tirò fuori questa volta tutta d’un fiato la frase.
“…ma ti pare che Tamla e i suoi stramaledetti ribelli si facciano pubblicità così sfacciatamente prima di un attacco a queste Torri, durante il G 30 poi?”
“Non dire stronzate Chaco e pensa ad eseguire gli ordini!”.
Grazie a:
Gianluca Naccarato
Giuseppe Ino
Monica Fiorentino
Jo-Df
Alessandro Piccione
Alessandro Miracolo
Marco Gargiulo
Giorgia Vecchini
Emanuela Pacotto
e tutti coloro che collaboreranno in futuro.


