“N — A — N — O”

t   e   c   h   n   o   l   o   g   y

Riassunto capitoli  7 e 8

Il cambiamento arde da sempre nel cuore degli uomini …
Talvolta esso genera potere, e il potere corrompe …
Causando vittime …
Ripristinare l’equilibrio richiede sempre un sacrificio …
Qual è il posto di Mira in tutto questo?

Cap. 7

Mira semidistesa su un pavimento riscaldato è intenta a scrivere: una scrittura sottile tanto da far sembrare la pagina di un unico colore, nero di inchiostro, quando un lieve bip alle sue spalle attrae la sua attenzione,  distogliendola dal su da fare,  e la penna smette di correre lungo il foglio.

Alle sue spalle, una piccola luce rossa ad intermittenza le indica che le è stato accreditato, dagli uffici del vicepresidente, il denaro per la cattura della ragazza.
Il cacciatore di taglie: un mestiere che fruttava non poco su Rebirth.
Il Governo dell’isola aveva triplicato, da un anno, il pagamento per ogni cattura effettuata; Manfredi era intenzionato a tenere sotto controllo questo male, ad ogni costo, anche se  il resto del mondo percepiva questi contestatori come piccoli intoppi che, qualsiasi governo era costretto a subire con forzate campagne contro il progresso.
Un accredito. Poco importava a Mira.

Ma di colpo un altro suono giunse alle orecchie della cacciatrice di taglie:  l’allarme della Polizia Governativa : qualche minuto prima erano stati intercettati elementi in movimento intorno alla linea di confine fra le Torri e il deserto fatto di macerie e vegetazione.

Nascosti ai confini delle Torri, cinque ribelli capitanati da Tamla erano divisi in più punti, pronti all’attacco.
Tutto pianificato fin nei minimi dettagli, tutto sotto controllo, tutto …
Tranne quel bip alle spalle della Cacciatrice.
E  d’un tratto Mira è un’ombra veloce nelle tenebre …
3.OO del mattino ….

Cap 8

La pistola di Mira puntava dritta, e lei si ritrovò a non sperare altro che di avere finalmente di fronte il famigerato Tamla, la cosa, quasi la divertita, dopo giorni di ricerche.
Tamla, vestiva di un pantalone, con un buon numero di tasche poste in più punti e una semplice canotta, dalla fessura del passamontagna di protezione, fissò lo sguardo gelido della donna, mostrandole null’altro che le proprie mani vuote.

Lei giocava con il nemico, cercava di provocarlo, aspettava, da un secondo all’altro che si sfilasse il passamontagna presentandosi come leader dei Ribelli.

L’uomo continuava a fissarla, mentre Silvia, salva, accanto a lui iniziava seriamente a temere che non sarebbero più usciti da quel posto.

Tamla alzò le mani in segno di resa e si avvicinò lentamente verso Mira.
Ma nessuno dei due era certamente preda facile.
Uno scontro fra titani.
Per la prima volta una lotta pari.
Nel suo ufficio, Andrej Damian era seduto dietro la scrivania davanti al monitor “Mi stavi quasi rovinando il piano! Ma da quello che ho visto, la nostra Cacciatrice ha trovato pane per i suoi denti!”

Sul monitor quattro immagini inquadravano le quattro celle dove si stava consumando lo scontro fra Mira e Tamla, e Damian certo non voleva perdersi un solo istante, e pigiando un tasto ne  ingrandì una in particolare – Mira imprigionata e legata dietro le sbarre, col viso insanguinato non  nascondeva la sua furia -

Andrej spense il monitor e uscì dall’ufficio“Darò domani al presidente la buona notizia!”
Un sussulto di felicità, ma perfettamente controllato, invase i trenta presenti all’interno di un ufficio portuale chiuso per inagibilità: la notizia della liberazione di Silvia era ormai di dominio pubblico.
Tamla ne era uscito vincitore.
Sembrava un esercito di oltre duecento uomini il rumore che si udiva giungere lungo il tunnel che portava alle celle, uno degli uomini, il capo squadra, rimase interdetto davanti alla scena che si presentava in quella cella chiusa: bastò seguire la scia di sangue provenire da due sottili bracciali di acciaio legati alle sbarre, e in un angolo, seduta,  Mira era in attesa di essere liberata.
“Ha bisogno di un dottore Capitan Mira!”
“Io non ho bisogno di nessuno!”
“ … Solo di un bagno!”
Le cinque del mattino.
E, sotto una cascata di acqua calda, Mira ripensava al suo avversario mentre il piatto della doccia ingoiava litri e litri di acqua mischiata a sangue.

Sotto quello scrosciare la donna si guardò i polsi, da cui, fino a qualche minuto prima era possibile vederne il bianco delle ossa.

L’acqua ne lavava via le ultime macchie di sangue; nulla rimaneva più di quel danno che si era procurata.

Con la mano destra si toccò l’avambraccio sinistro, facendo scivolare le dita sul quel  nuovamente intatto, sembrava cercarne una cicatrice, un segno…non trovò nulla. Quel corpo le aveva restituito tutta l’interezza.


Cap.

Agar, l’agilissima diciottenne somala, smise finalmente di correre, aveva fatto faticare non poco il suo inseguitore, si fermò solo dopo aver ricevuto notizia del ritrovamento di Silvia, la stessa notizia era stata trasmessa anche agli altri presenti sul campo: Galbo, Amauri e Fausto.

La giovane, dalla pelle color ambra, decise così di affrontare finalmente il poliziotto e prese a correre nella direzione opposta, fino a ritrovarselo di fronte con grande sorpresa dell’uomo.
“Ferma ribelle! Sei in arresto!”
Agar rimase ferma a soli cinque metri dalla pistola puntata, il poliziotto dinnanzi a quella esile figura alta poco meno di un metro e settanta, non esitò un momento ad avvicinarsi.
Le bastarono solo i due metri di distanza appena acquisiti per scattare in un gesto singolare. Si chinò puntando le mani a terra lungo le gambe e, impiegando le braccia come appoggio, diede una spinta al bacino assestando un colpo alle caviglie dell’uomo con i propri piedi.
Agar si vide precipitare addosso il poliziotto, un trentenne di un metro e novanta;  ma le bastarono pochi decimi di secondo per spingersi, con la forza di un solo braccio, verso destra per evitarlo. Come un grillo, la giovane ribelle saltò sulla schiena del poliziotto, il colpo fece saltare lontano dall’uomo la pistola impugnata fino a quel momento.
Fu un attimo e l’arma era nelle mani di Agar che in pochi secondi ne svuotò il caricatore posto sulla superficie, lanciando poi l’uomo steso a terra nel buio del parco abbandonato.

In altre tre zone dello stesso parco si ripeteva la stessa scena, con modalità differenti, una cosa era certa: erano immobilizzati e tramortiti tutti e cinque i poliziotti di turno quella sera.
Galbo riconvocò in un punto prestabilito Amauri, Agar e Fausto che avrebbero atteso l’uscita di Tamla e Silvia, dalla Torre 1, per dargli man forte in caso di bisogno.

“Su avanti fammi divertire un po’! Ti darò il tempo di tirare fuori l’arma.”
Mira puntava la pistola contro l’uomo che aveva di fronte, la donna sperava, voleva che, quello di fronte a lei fosse il famigerato Tamla, era quasi divertita, qualcosa di interessante, finalmente dopo giorni di ricerche, stava accadendo.
La figura incappucciata, vestiva di un pantalone, con un buon numero di tasche poste in più punti e una semplice canotta. Dalla fessura del passamontagna l’uomo fissò lo sguardo gelido della donna, mostrandole null’altro che le proprie mani vuote.
“Vuoi farmi capire che sei entrato nella Torre 1 senza portare un’arma? Non so dire se sei più imbecille tu che vieni a mani vuote o il tuo gran leader che ti manda diretto nella tana dei cattivi! E’ vero che… noi, siamo i cattivi?”

Lei giocava con il nemico, cercava di provocarlo, aspettava, da un secondo all’altro che si sfilasse il passamontagna presentandosi come leader dei Ribelli.
L’uomo continuava a fissarla, mentre Silvia, accanto al corpo del giovane iniziava seriamente a temere che non sarebbero più usciti da quel posto.

“Faremo così!  Due sono già in una cella, ti darò la possibilità di scegliere la tua!”
Tamla alzò le mani in segno di resa e si avvicinò lentamente verso Mira dove erano libere altre tre celle. Lo spazio di quella stanza era angusto, l’unica via d’uscita era la porta occupata dalla cacciatrice di taglie, sulla sua destra Tamla aveva nient’altro che un muro.
L’uomo prima di proseguire abbassò le braccia e si voltò verso Silvia.
“Non preoccuparti, resta ferma in cella!”
Nel mentre, Tamla, aveva avuto il tempo di sfiorarsi la tasca posta sulla gamba sinistra, sfilandone qualcosa.
Proseguì verso la donna evitando prima una cella e dopo un’altra.

“Ma che uomo coraggioso, guarda, guarda, vuoi attaccarmi a mani nude?”
Tamla girò la testa verso l’ultima cella.
“Tu credi che con questo gioco riuscirai ad uscire vivo da qui? Mi sono stancata! Alza le mani, ti do cinque secondi per infilarti in una di queste celle con le tue gambe!”

Tamla alzò nuovamente le mani, da quella destra, il dito medio schioccò sul pollice da cui ne schizzò una minuscola pietra che ferì la guancia sinistra della donna.
La lieve distrazione di Mira bastò a Tamla per agire. Ne lanciò un’altra piccolissima e ancora un’altra verso il volto di Mira che non esitò a sparare.

Cap.

All’alba, mezz’ora dopo le cinque, tutti i ribelli si erano ormai dileguati dal porto a nord dell’isola, dove già iniziavano a brulicare i primi operai portuali.
Come meta, per il successivo rifugio, si spostarono a sud di Rebirth in un porto totalmente abbandonato e in degrado da oltre 10 anni.
Non era un luogo sempre sicuro da utilizzare come rifugio, le costruzioni ormai in disuso, ad intervalli irregolari, venivano controllate dalla Polizia Governativa proprio per scovarne eventuali nascondigli ribelli.

In una situazione del genere oramai era consuetudine spostarsi anche dopo solo 7, 8 ore da una sosta. Più passava il tempo e più era rischioso fermarsi a lungo in un unico luogo, visto il  numero di ribelli, cresciuto di molto negli ultimi otto mesi.
Ormai se ne contavano ben 315 attivi e una quarantina fra anziani e giovanissimi che aiutavano il gruppo in altri modi.
Varie etnie cercavano di convivere al meglio per un unico scopo, vale a dire il ritiro di Manfredi come presidente unico di Rebirth che, sarebbe rimasto in carica fino alla propria morte. In casi estremi i ribelli avrebbero distrutto i laboratori di ricerca sulle nanomacchine.

La fortuna voleva che in quel periodo la P.G. cercava i nascondigli dei ribelli non solo negli edifici ormai abbandonati, ma anche nelle abitazioni dell’ultima città attiva di Rebirth nella Zona più estrema dell’isola. Manfredi voleva accertarsi che nessun abitante dell’isola nascondesse i ribelli.

Fu evidente lo stress che dovette subire il ragazzo ferito dopo l’ennesimo spostamento, il dottore lo teneva costantemente sotto controllo, ma non aveva avuto il tempo di cambiargli le bende, almeno non l’avrebbe fatto fino al raggiungimento del nuovo rifugio.
Galdo, che non era famoso per la sua sensibilità, balzò all’interno del furgone dove viaggiavano Tamla, Sara, il dottor Yuri, Silvia e il giovane ferito.
La ragazza non gradì l’entrata improvvisa dell’uomo, sapeva cosa sarebbe successo, l’oggetto che portava, il trentacinquenne abruzzese, aveva una forma quadrangolare e nascondeva un aggeggio per rilevare la presenza di nanomacchine all’interno di un individuo. Fondamentale era l’eventuale rilevazione, ciò avrebbe messo in pericolo la comunità intera dei ribelli. Dalla forma e dalle saldature presenti si capiva la manifattura artigianale, propria delle mani e della ricerca di Fausto.

“Galbo no! Dopo per favore, lo vedi com’è ridotto?”
Le parole di Silvia cercavano conforto e consenso nei volti dei presenti, ma tacquero tutti, mentre l’uomo si faceva spazio fra la ragazza e il corpo disteso al centro del furgone.
“Non possiamo rischiare e poi, non capisco perché ti lagni, mica glielo ficco nel culo!”
Mentre preparava la scatola da cui estrasse due lunghe antenne biforcute da entrambi i lati, la poggiò li accanto al corpo, tirò giù i pantaloni del giovane spogliandolo completamente, il ferito ebbe un sussulto di dolore. Silvia, dopo un momento di imbarazzo alla vista del ragazzo completamente nudo, si scagliò rabbiosa contro Galbo:
“Sei uno stronzo capito! Smettila!”
Intervenne Yuri a trattenere la ragazza e richiamare l’uomo, con la sua solita flemma.
“Vacci piano bestia! Non vedi come è combinato? I pantaloni gli si erano attaccati addosso a causa del sangue, non è questo il modo di agire!”
“Non possiamo rimanere nel dubbio, potrebbe essere una trappola e…”
“Si certo e magari fra un po’ ci salterà tutti al collo. Bastardo! Tu provi piacere a fare del male tu….”
“Silvia basta!”
Sara chiuse definitivamente la discussione.
“Galbo, lascia che sia Doc a controllare se è imbottito di nanomacchine, trova qualcosa di meglio da fare!”
Urtato dall’atteggiamento dei presenti, ed ancora di più per il fatto che Tamla non aveva detto una sola parola a sua difesa, scese dal furgone in corsa e balzò in quello subito dietro.

“Che leader del cazzo! Farsi comandare da quell’americana…”
Amauri, presente nello stesso cabinato sorrise mostrando pazienza per un atteggiamento a cui si era oramai assuefatto.
“Galbo, gli italiani non hanno l’esclusiva sui ribelli, non ha senso quello che dici.”
Alle parole di Amauri, l’uomo bofonchiò ancora per qualche secondo prima di rispondere.
“Hanno senso le tue parole allora? Non parli mai, non rispondi, non ti ribelli mai…ubbidisci solo ai comandi di questo leader del cazzo…non so neanche come lo è diventato leader dopo la morte di mio fratello!”
“Non mi ribello mai?”
Amauri sorrise alle parole di Galbo ripetendole ancora come fosse una battuta.
“Non mi ribello mai? Questa si che è buona! Galbo credo tu abbia bisogno di un periodo di tranquillità.”
“Cosa? Mi prendi per il culo?”
“Vorrei Galbo, vorrei. Ma ci riesci benissimo da solo.”
La visione del porto in lontananza fece calmare l’animo di Galbo che iniziò ad impartire ordini a tutti i presenti nel furgone di prepararsi all’arrivo.

Dalla vita in giù il corpo di Cayco era privo di bende e ricoperto da un manto di sangue. Yuri iniziò con cautela ad eliminarne qualcuna dal torace e dalle braccia del ragazzo.
“Ma che razza di torture ha dovuto subire? Sara io non ho mai visto nulla del genere, non vedo ferite aperte, abbastanza ampie, che possano giustificarne tutto questo sangue.”

Il dottore tentò di ripulire, delicatamente, una parte del corpo imbrattata, utilizzando un pezzo della benda stessa, per verificare l’origine delle ferite.
“Molto di questo sangue è ormai secco e sembra si stiano formando migliaia di piccole croste.”
Ci fu qualche secondo di silenzio, poi  continuò la sua verifica.
“Sembra come ferito da migliaia e migliaia di aghi…sono sconcertato, non ho mai visto una cosa del genere!”
Silvia guardava preoccupata Yuri, Tamla e Sara che esaminavano attentamente il ragazzo.
“Forse è un tipo di esperimento che stanno praticando li alle Torri, forse lui voleva fuggire! Doc, si salverà?”
“Silvia ho bisogno di stare tranquillo al capannone con i miei attrezzi, devo capire cosa gli è successo. Da quello che vedo, basterà non spostarlo per qualche giorno, poi quando si riprenderà, sarà lui stesso a spiegarci cosa gli è capitato.”
“Lasci che l’aiuti Doc!”
Yuri diede il consenso a Silvia, oramai mancava poco, i furgoni e le auto che trasportavano i ribelli stavano giungendo al rifugio; si rivolse infine a Tamla:
“Il corpo di questo ragazzo non ha tagli mortali, insomma non ci sono ferite che ne possano compromettere la vita, eppure a guardare il colorito del viso sembrerebbe che ne abbia perso un bel po’ di sangue. La benda sugli occhi, preferirei non toccarla ora, non vorrei procurargli danni ulteriori.”
“Grazie Doc!”
Tamla notò che il ragazzo iniziava a muoversi e gli si avvicinò.
“Qual è il tuo nome ragazzo?”
“Aspetta Tam ci provo io.”
Silvia avvicinò il viso a quello del giovane sussurrandogli la stessa domanda. Il giovane ebbe una reazione, alzò la mano per cercare la fonte di quel sussurro, Silvia, facilitò lui il compito, prendendogli la mano e portandola sul proprio viso facendola scorrere lungo di esso; fu a quel punto che il giovane recuperò le forze rispondendo:
“Cayco mi… chia-mo”
“Cayco non preoccuparti sei al sicuro, sono Silvia e riceverai tutte le cure necessarie.”

Una serie di furgoni, auto e più tardi anche sulle proprie gambe, i ribelli fecero capolino al porto sud dell’isola.

Erano le sei del mattino, due giorni dopo ci sarebbe stato su Rebirth il G 30 e, a tutti i più grandi Capi di Stato, del mondo attuale, sarebbe stato rivelata la terza versione di Nano5, un’evoluzione che, avrebbe permesso l’applicazione della nuova nanomacchina per il solo essere umano; motivo principale era che, per la prima volta, il presidente Manfredi avrebbe messo a disposizione degli Stati che, ne avrebbero fatta richiesta, l’acquisto di tale tecnologia.
La produzione di Nano5-#3 sarebbe comunque rimasta un’esclusiva dell’isola, ma a disposizione di tutti.

Alla Torre 1, nell’ufficio di Manfredi, si presentò di buon’ora Andrei Damian che trovò il Presidente in piedi dietro la propria sedia, al suo posto era seduta una bambina dai lunghi capelli corvini, intenta a disegnare sul proprio diario.
Manfredi sembrava rapito dalle piccole opere della bimba, ma l’intervento di Damian ne interruppe la visione.

“Presidente, come al solito la piccola è mattiniera e già intenta a disegnare nuovi ed interessanti soggetti per la sua collezione. Buongiorno Kara!”
Cortesia dovuta, da parte del vicepresidente, per obblighi di forma.
La bimba continuò a disegnare fino a quando la voce profonda di Manfredi ruppe il silenzio:
“Kara, il signor Damian ti ha salutata, è scortese non rispondere e tu non sei scortese vero?”
La bambina rivolse lo sguardo verso Manfredi, dopo qualche istante salutò Andrei, ma senza distogliere lo sguardo dall’uomo.
“Damian ho visionato il filmato di ciò che è avvenuto qualche ora fa nelle celle.
Al di là del prezioso dono che ci ha fatto inconsapevolmente il Capitano dei Cacciatori di Taglie, ho notato le abilità di quel ribelle. Ha messo fuori gioco Mira; ci sono buone probabilità che ti sei lasciato sfuggire proprio Tamla. A questo punto mi domando se non ho perso un occasione unica per fermare definitivamente quel bastardo?”
Andrei rivolse un rapido sguardo alla piccola che, continuava a disegnare senza preoccuparsi di ciò che le stava accadendo intorno.
“Signor Presidente, non credo che il loro leader si sia mosso per una giovane sciocca ribelle!”

L’uomo fece un altro passo in avanti verso il presidente.
“Signore, se anche fosse stato lui…cosa conta adesso? Abbiamo appena versato del veleno nel circolo organizzativo dei ribelli, quel veleno si chiama Cayco, pian piano farà il suo effetto, prima paralizzerà i muscoli eliminando le colonne portanti dell’organizzazione compreso il loro leader. Da quel momento, il più sarà fatto. Quelli che resteranno in vita non avranno più una guida e verranno eliminati con estrema facilità, a meno che, non decidano di arrendersi…le nanomacchine faranno il resto!”
L’uomo era particolarmente coinvolto dalle sue stesse parole.
“Dobbiamo solo superare il fastidio dell’attacco previsto durante il G.30, poi…”
Damian fu interrotto da Kara, ferma immobile davanti Manfredi che gli porgeva il proprio diario aperto. Il presidente le accennò un sorriso, prese il diario e ritornò con la piccola verso la scrivania.
“Damian mi aggiornerai quando ci saranno novità!”
Il vicepresidente lasciò senza indugio l’ufficio.

Erano le sei e mezza del mattino, mentre Mira, distesa sul letto, con gli occhi spalancati tentava di dormire, almeno un’ora, prima di affrontare l’intera giornata.
Erano questi i momenti più fastidiosi di tutto un giorno; la sera, la notte e l’alba che portavano, nella testa della donna, flash di momenti che avrebbe volentieri cancellato, ma come in un video a cui si è obbligati alla visione, non riusciva a liberarsene ormai da anni.
La sequenza dei ricordi nella sua mente era divenuta meccanica: la corsa di una donna e la sua bimba verso una meta sconosciuta. Il gesto di un uomo che schiaffeggia violentemente quella donna, lo sguardo dello stesso uomo verso l’oggetto portato al collo dalla bambina, una nuvola in cielo pregna di sangue, la sua rabbia, accanto a lei il corpo imbrattato di sangue, ormai irriconoscibile della donna che l’aveva portata in braccio fino a un minuto prima.

Mira tentava tutte le volte di bloccare quei flashback e forse era riuscita con il tempo a ridurne la durata e le sequenze, ma mai la frequenza.
Durante quelle violenti visioni, qualcos’altro accadeva: la superficie del ciondolo che portava al collo, iniziava a muoversi, sembrava vivere.
In quei momenti di particolare stress da parte della cacciatrice di taglie, partivano da esso strani suoni, note quasi impercettibili all’orecchio umano, ma che sembrava le calmassero i nervi. Nel salotto, il piccolo essere rinchiuso nella scatola trasparente riusciva anch’egli a  percepire i suoni e sembrava, al contrario della donna, impazzire dalla sequenza sgradevole di note udite, qualche minuto dopo tutto tornava tranquillo.
Erano  le sette del mattino, Mira non ne poteva più, si alzò dal letto e percorse in vestaglia  il salotto per entrare in  un’altra stanza, quella con percorso di allenamento e giardino. All’interno di essa un’altra piccola stanza, tenuta segreta, conservava le sue armi, una scrivania e un pc, dove era solita sedersi per leggere le notizie on-line davanti una tazza di caffè bollente.
Quella mattina non erano ancora on-line notizie sulla fuga dei due ribelli sul Giornale delle Torri. Mira quella mattina era intenzionata a raccogliere informazioni sull’accaduto e in particolar modo sul prigioniero ferito messo in cella qualche minuto dopo la cattura della ribelle. Non era riuscito a riconoscere la figura imbrattata di sangue da capo a piedi.

“Cosa mi stai combinando Manfredi? Hai qualcosa in mente! Questa volta…li ho lasciati  scappare, ma spero per te che abbia un motivo valido per esserti intromesso nel mio lavoro!”
Mira spense il pc e posò la tazza ormai vuota. Si prospettava una giornata davvero interessante.

“Sono le 7:30, avrò dormito si e no sei ore. Sono distrutta!”
Claudia cercò di rimanere a letto ancora per qualche ora, ma le colleghe che dividevano l’appartamento con lei erano già in pieno fermento, il caos che proveniva dal salotto non l’aiutava di certo a dormire. Decise di alzarsi e raggiungerle.
“Tu! Tu sei Claudia Parker giusto! Piacere sono Justine Turner!”
Claudia si ritrovò tre ragazze in pigiama sul divano intente a chiacchierare sul da farsi prima del G 30, mentre Justine le andava incontro con una tazza di caffè caldo.
“Grazie…Justine hai detto? Si sei l’inviata del Tg Time! Piacere e grazie per il caffè.”
“Prego! Ci chiedevamo quando ti fossi alzata dal letto?”
“Be’ sono stracomodi i letti in queste stanze, poi ero stravolta dal viaggio e così..”
“Dimmi una cosa Claudia, ieri sera te lo sei dovuto sorbire tutto Marvin Nielsen vero?”
Claudia si fece posto sul divano insieme alle altre tre, mentre Justine si mise comoda su una delle due poltrone presenti.
“Ne vogliamo veramente parlare? Mi ha raccontato tutta la storia dell’isola, le Torri. Per non parlare dei nomi di ogni piano.”
“Già è vero! Noi, se non vado errata siamo nel piano denominato Luxuria!”
Esordì una delle ragazze accanto a Claudia.
“Non inizierai anche tu con la storia sulle Torri spero? Ne ho già abbastanza!”
“Claudia, ma questa è un’occasione unica e non mi sembri entusiasta per niente, tutte noi, credo, abbiamo fatto i salti mortali per diventare inviate di questo evento…”
“Si, si certo Justine, sarà che sono ancora stanca per il viaggio. Dicevate? Siamo nel piano Luxuria? Be cosa ci aspetterà, il meglio dei film hard dal 2000 al 2050?”
“Dai tesoro non scherzare, ogni piano è formato da ben cinque Strati dove abitano migliaia di persone e, cosa più importante, ci sono tanti, tanti bei negozi da visitare. Noi siamo al terzo strato dell’ultimo piano alla Torre 3 se ricordo bene e. Proprio in questo piano ci sono le case di moda di un paio di stilisti italiani che vorrei assolutamente visitare. Qualcuno mi segue?”
Claudia rimase a bocca aperta dopo aver ascoltato il monologo di Justin tutto d’un fiato.
“Be tra te e Marvin è dura!”
Qualche secondo di silenzio e tutte scoppiarono a ridere alla battuta di Claudia.
“Io vado a vestirmi, voglio fare un po’ un giretto fuori questa Torre.”

Claudia rientrò nella sua stanza, si inginocchiò accanto la sua valigia, posò la tazza vicino ad essa e frugò fra i suoi abiti.
Ne tirò fuori una foto, l’immagine ritratta sembrava la sua fatta eccezione per un taglio di capelli più corto. La fissò per lungo tempo, poi fu distratta da un volatile che sfrecciò davanti la sua larga finestra.
“Forse, siamo finalmente vicine. Che fine hai fatto Claudia! Perché ti nascondi anche da me?”

Il Dottor Yuri

10°
Cap.

Alessio sembrava ormai aver dimenticato come si cammina, il sedicenne ribelle era solito saltare, rimbalzare, fare capriole anche solo per percorrere una decina di metri, bastava che sulla sua strada ci fossero rovine, auto, mura; non importava, ciò che contava era saltarci su e lanciarsi in aria libero allungando, il più delle volte, la strada da percorrere per il semplice gusto di farlo.
Il ragazzo era diretto al capannone insieme agli altri, molto ansioso di rivedere Silvia dopo il salvataggio.
Nel nascondiglio precedente erano stati costretti tutti a dividersi in gruppi e ne aveva risentito un po’, il fatto di non aver potuto contribuire alla liberazione dell’amica l’aveva indispettito.
Nelle vicinanze del capannone Alessio vide uscirne Agar. La giovane somala vide sfrecciare l’amico e, sembrò accennargli un sorriso.
“Ehi ciao Agar! Silvia è con gli altri?”
Il sorriso della ragazza si smorzò subito, forse delusa dalla poca considerazione che Alessio aveva avuto nei suoi confronti. Alessio borbottò qualcosa fra se.
“Già nervose di prima mattina! Volevo solo scambiare due chiacchiere!”

Cayco era steso su una lettiga in uno spazio ricavato da un angolo del capannone che, fungeva da infermeria, allestita allo stesso modo ogni qualvolta che cambiavano rifugio.
Silvia aveva accanto ai suoi piedi una bacinella piena d’acqua sporca di sangue e ad intervalli regolari ne strizzava dentro una spugna colma di sangue rappreso.
Yuri intanto tentava di visitarlo misurandogli pressione e prendendogli la temperatura prima di procedere a controlli più approfonditi.
L’impulsività di Alessio fece il primo danno, entrò come una furia dietro le tende facendo ribaltare la bacinella stracolma di acqua mista a sangue. Davanti a lui si presentò una scena a dir poco imbarazzante, Silvia e Doc lo guardarono allibiti, la ragazza aveva la spugna poggiata sui genitali di Cayco mentre cercava di rimuoverne il sangue.

Fuori dalla tenda era uscita tutta l’acqua sporca, chi non era a conoscenza di ciò che stava avvenendo nell’infermeria avrebbe pensato ad un efferato omicidio appena consumato, ma coloro che erano subito fuori la tenda si allontanarono di gran fretta immaginando ciò che sarebbe avvenuto da li a poco, conoscendo le reazioni di Silvia.

“Sei un imbecille! Possibile che riesci sempre, proprio sempre a fare qualche danno? Non si bussa prima di entrare in una stramaledetta infermeria?”
Le urla di Silvia rimbombavano in metà del capannone, fra le risate di alcuni e lo stupore di altri. Il medico cercava di tenerla buona mentre chiedeva ad Alessio di allontanarsi subito. Lo sguardo del giovane rimaneva però fisso sulla mano di Silvia poggiata sui genitali di Cayco.
“Ma chi è quello? Non lo conosco!”
“Alessio vattene per favore fatti fare il resoconto da Marco, qui siamo impegnati.”
Yuri lo accompagnò fuori dalla tenda, il ragazzo si ritrovò gli occhi di una cinquantina di persone addosso.
“Che ho fatto? Che guardate? Qualcuno mi sa dire chi è quello steso in infermeria?”
Una voce dai presenti urlò qualcosa.
“E’ stato liberato da Tomla, sembra fosse imprijionato insieme a Silvia!”
La voce proveniva dall’amico Jean.
“Ehi Jean davvero era imprigionato con Silvia? Ma non è un ribelle!”
“No so che dire lo hano trovato in prijione ed era ridotto male come hai visto. Tomla non poteva lasciarlo li no?”
“Si certo e comunque si chiama TAMLA…TAMLA non Tomla.”
“Ma voffonculo!”
“Non capisco, era in prigione…nudo?”
Jean rinunciò a quel dialogo sapeva che non ne sarebbe uscito mai mentalmente integro.

In infermeria fece capolino Sara.
“Come sta Cayco?”
“Sara, perché non stai riposando? Meglio recuperare più forze possibile non credi?”
“L’importante è che riposino Tamla e gli altri…Doc, dovresti riposare anche tu visto che sei nel gruppo che attaccherà!”
“Non preoccuparti Sara, non ho fatto io i salti mortali stanotte per liberare questa sconsiderata!”
Le parole di Yuri non avrebbero mai ferito l’animo di Silvia, la ragazza conosceva bene l’uomo e sapeva quanto tenesse a lei.
“Comunque il ragazzo al momento sta dormendo profondamente, gli ho dato un calmante per il dolore, ripulirlo da tutto questo sangue era diventata un impresa e non parlo delle ferite che, come vedi non ne compaiono…la sua pelle…credo gli sia diventata sensibile al solo tocco.”

Mentre le faceva un breve resoconto procedette alla rimozione della benda dagli occhi. Come per tutto il corpo anche quelli erano macchiati di sangue, prima di ripulire le palpebre il medico volle aprirne uno per controllarne l’integrità, lo fece con estrema calma visto che erano attaccate dal sangue secco.
Sotto di esse uno spettacolo che fece indietreggiare Silvia verso le braccia di Sara.

“Bulbi completamente rossi, credo siano esplosi un bel po’ di capillari, povero ragazzo! Si dovrà attendere il riassorbimento di gran parte del sangue e sperare che la vista non ne abbia subito danni. Per il resto, credo che domani lo troveremo semplicemente ricoperto da migliaia e migliaia di piccole croste lungo tutto il corpo.”
“Doc, un’idea te la sarai fatta?”
“Sara l’idea che mi sono fatto non è attuabile, non è logica, ho chiesto un parere anche a Fausto in base alle ricerche fatte fino ad oggi, ma…anche se tutto fa pensare a quello, non ci voglio credere.”
“Yuri, cosa intendi?”
“Sembra gli sia stato strappato dal corpo qualcosa.”
“Doc ti riferisci alle nanomacchine vero? Non è possibile, a meno che non abbiano tentato di inserirle in modo differente.”
“Un esperimento mal riuscito dici? Forse un rigetto inaspettato? Tuttavia non avrebbe senso sbatterlo in cella non credi?”

In quel momento Cayco si risvegliò lentamente aprendo il occhio solo liberato dal medico stesso. Silvia fu la prima ad accorgersene.
“Dottor Yuri è sveglio! Si è svegliato!”
“Calmo ragazzo ti stiamo curando non avere paura, ti ho dato un forte calmante per il dolore…”
Mentre gli parlava ne approfittò per aprirgli lentamente anche l’altro occhio.
“Dimmi ragazzo riesci a vedere qualcosa?”
Dopo una breve pausa la testa di Cayco si scuoteva lentamente a destra e sinistra.
“Per quello ci vorrà più tempo, dovrai aspettare che il sangue si riassorba in buona parte. Per il momento cerca di riposare.”
Subito dopo Silvia si avvicinò al ragazzo e gli prese la mano portandosela al viso.
“Sono Silvia, ti ricordi di me? Eri nella cella di fianco alla mia e ti ho parlato nel furgone! Non preoccuparti sei in buone mani ti curerò io stessa e quei bastardi pagheranno per quello che ti hanno fatto!””
Cayco, ebbe la forza di procedere sul viso della ragazza da solo, sentendone i tratti, dall’orecchio alla bocca, lentamente; un minuto dopo partì prontamente Yuri che lanciò sul bassoventre del ragazzo un asciugamani. Silvia capì solo dopo quello che stava succedendo, si ritrasse velocemente da lui e scappò via. Sara abbassò lo sguardo, sorridendo.
“Ok! Vado a tranquillizzarla Doc a più tardi.”
Sara uscì dalla tenda lasciando Cayco e Yuri da soli.
“Ragazzo che mi combini? Certe energie vedo che non ti mancano! Riposati ora. Ne hai veramente bisogno!”
Yuri infilò una nuova flebo al ragazzo poi alzò la testa, nell’aria si sentivano i boati dei primi aerei, che trasportavano i Capi di Stato, pronti per atterrare su Rebirth.
“Rimettiti presto che fra due giorni ci sarà un gran bel casino e, prima sarai in grado di correre sulle tue gambe meglio sarà per te!”

L’orologio segnava le 8:30 sul monitor del Presidente Manfredi, accanto all’orario, su un’immagine stilizzata della Torre 1 lampeggiava un punto rosso, in movimento verso la base dell’immagine. La stessa scomparve lasciando il posto ad un’altra che mostrava alcuni sotto strati, cinque per l’esattezza.
Giunta verso la fine, la luce rossa iniziò a rallentare e qualcosa accadde alla stanza del Presidente, ebbe un lieve sussulto, tutto nella norma.

L’uomo fece cenno alla bambina che poteva alzarsi dalla sedia che la teneva ben salda in caso di scossoni improvvisi. Entrambi si avviarono verso l’uscita, le porte si spalancarono lasciandone intravedere una grande fontana al centro di un’immensa sala e, una figura femminile con le braccia aperte ad accogliere  la piccola Kara.

“Sono qui in segno di pace, non voglio discutere…che ne dici di fare colazione insieme e scambiare due chiacchiere questa volta faccia a faccia?”
La dottoressa Florakis seppur infastidita, non poté rinunciare all’offerta di Manfredi dovendo fare i conti con lo sguardo della bambina che, la fissava come se chiedesse anch’ella la stessa cosa.
“Giochi sporco Lucio!”
Manfredi sogghignò conoscendo il punto debole dell’anziana donna.
“Diciamo che ho solo reso meno complicata la mia difficile posizione!”

Tutti e tre si diressero verso il fondo della sala fino a raggiungere una porta che a differenza di tutte le altre non era automatica ed era fatta completamente in legno bianco. All’interno di essa percorsero un piccolo corridoio che sbucò infine in una piccola stanza quasi completamente bianca, con dipinte leggere ondate azzurre sui muri e, arredata con gusto, una piccola cucina, un frigo e un tavolo rotondo con quattro sedie.
Il soffitto luminoso, con luci calde ben nascoste da plafoniere a forma di nuvole, davano l’impressione di un sole nascosto e, rendevano il tutto molto accogliente. Uno stile che ricordava quello di fine anni 2030.
Kara, evidentemente abituata a quell’ambiente, corse subito a sedersi accanto al grande frigo dove vi erano attaccati molti dei suoi disegni.
“Ma guarda un po’ dove andavano a finire tutte le opere della mia piccola!”
Manfredi seppur austero, in presenza di Kara, sembrava riuscisse ad infondere nella voce i sentimenti che provava in quei momenti, la piccola li percepiva, come anche la dottoressa Florakis, intenta a preparare del buon the; bevanda ormai rara al mondo e, sorrideva mentre dava loro le spalle.

“Allora Dottoressa, amica mia. Pensavo che a questo punto tutta la nostra piccola scorta di the l’avessi terminata, dato che non ci sediamo a prenderne uno da un bel po’ di tempo!”
La donna si allontanò dalla cucina e mise sul tavolo un piatto con dei biscotti di riso per la piccola Kara.
“Ecco inizia a mangiare questi, fra un po’ ti porterò del succo di macedonia, d’accordo?”
Si rivolse poi a Manfredi in tono tranquillo.
“Sai bene che il thè è una bevanda che mi piace bere solo in compagnia, ma quaggiù non puoi certo sceglierla…la compagnia!”
“D’accordo cambiamo discorso allora…”
“Certo e di cosa vuoi parlare? Anzi ti dico io di cosa voglio parlare! Di ciò che mi hai ordinato di fare ieri notte?”

La donna seppur anziana e ossuta, era di tempra forte e teneva testa al Presidente. Iniziò ad alterarsi non curandosi della presenza di Kara che allo stesso tempo sembrava non curarsi di entrambi.
“Mi hai fatto eseguire un’escissione ti rendi conto? Un’ESCISSIONE maledizione! Su un ragazzo che, non aveva nessun sintomo di rigetto da nanomacchine!”
“Calmati Silvia vorrei spiegarti. Dammi la possibilità, siediti. Per favore.”
La voce grave e imperiosa di Manfredi, non fermò la donna che tornò alla cucina per versare il thè in due enormi tazze nere.
“Se non avessi trattato il ragazzo, durante l’estrazione, con dei Coagulanti Rapidi di Serie A e un anticoagulante ad azione ritardante, sarebbe morto li sul lettino del laboratorio! E non so neanche se è ancora vivo!”
La scienziata non riusciva a trattenere la rabbia e le urla ne erano una prova.
“E’ una cosa che abbiamo sperimentato anni fa e conoscevi bene le reazioni… sapevi quello che succedeva agli organismi che rigettavano la stramaledetta Nano5-#1. Abbiamo procurato loro solo dei dolori strazianti, sarebbe stato meglio che li avessimo lasciati morire!”
Con voce pacata e grave Manfredi cercava di rispondere all’amica.
“Non li avresti mai abbandonati alla loro sorte. Non essere troppo dura con te stessa, mi prendo la responsabilità di quello che è successo, anche se devo ammettere l’idea non è venuta direttamente da me!”
La dottoressa finalmente si voltò verso Manfredi porgendogli delicatamente la tazza stracolma di tè nero senza zucchero.
“Parli del tuo cane da caccia immagino. Quel Damian…gli ficcherei nel culo una bella dose di nanomacchine per fargli uscire un po’ di quella merda che gli ottura il cervello!”
“Silvia per favore cerca di moderare il linguaggio in presenza di Kara…”
La bambina sorrideva mentre continuava mangiare i suoi biscotti, divertita dal linguaggio colorito della dottoressa Florakis.
“Ascolta, sapevo che, in questi anni, avevi fatto ricerche sull’escissione per migliorarne l’effetto finale, mi sono fidato di te. Questo è tutto.”
La donna finalmente si sedette di fronte a Manfredi mentre teneva fra le mani la propria tazza.
“IO…NON SO!”
La dottoressa prese un bel respiro prima di continuare, cercava con tutte le sue forze di tenere la calma.
“Dico sul serio ormai non so più a cosa pensi, quali sono le tue reali intenzioni, non parliamo più da tempo, l’unica cosa che ti interessa sono gli sviluppi di Kara e…”
“Silvia ti prego!”
L’uomo zittì la donna quando nel discorso intromise anche la piccola.
“Sai benissimo gli impegni quotidiani e…”
La donna si alzò di scatto battendosi una mano sul petto più volte.
“Impegni un cazzo! Io! La dottoressa Silvia Florakis ero forse l’unica che ti dava un freno quando era necessario! E adesso? Adesso sono fuori da tutto!”
“Silvia abbiamo lavorato insieme alla creazione di Nano5#-1 e della #-2 e tu eri entusiasta, come noi altri quattro. Non sei fuori da nulla…nelle tue mani hai il futuro di quest’isola e di tutto quello in abbiamo sempre creduto…”
Manfredi guardò la bambina che continuava a mangiare i suoi biscotti in tutta tranquillità.
“Hai detto bene ero! Quando sono iniziati i primi disturbi da rigetto, con la NANO5-#1, vi chiesi di dare un freno alla versione due che stavamo sperimentando…via avevo solo chiesto di aspettare almeno fino al perfezionamento della prima.”
“Silvia! Tu ci chiedesti di abbandonare il progetto!”

Ci fu un istante di silenzio mentre i due continuavano a fissarsi negli occhi. Manfredi continuò mentre Silvia si sedette nuovamente poggiando le mani sulla sua tazza di thè.
“Grazie a quegli errori comunque…”
La donna abbassò la testa sentendo quella parola e, iniziò a borbottarla lentamente.
“Errori, errori…”
L’uomo prontamente modificò la parola cercando un sinonimo che suonasse meno fastidioso.
“Grazie a quelle…imprecisioni nella progettazione in seguito abbiamo potuto migliorarne la seconda versione…”
“E avete pensato bene di tagliarmi fuori dalla progettazione della NANO5-#3, forse per paura che vi avrei messo nuovamente i bastoni fra le ruote? Ti rendi conto di quello che hai creato?”
Altri attimi di silenzio fra i due.
“In fondo non ero  l’unica ad essere preoccupata, era del mio stesso parere anche il povero Mercurio sin dal prototipo #0!”

Manfredi si alzò in piedi dopo aver sorseggiato solo una volta il proprio thè, ma prima di andar via si rivolse nuovamente alla dottoressa e amica Silvia.
“Tutto quello che abbiamo…! Io speravo che non avessimo più ripreso questo argomento. Le nanomacchine…ti fanno essere quella che siamo! Pensi che senza di esse saresti riuscita, saremmo riusciti a vivere tutti questi anni in buona salute. Vuoi che ti parli ancora dei sacrifici necessari a…”
A quel punto Silvia zittì Manfredi puntandogli contro l’indice ossuto infervorata dalla rabbia. “TU – NON OSARE – PARLARE A ME – DI SACRIFICI! Ne ho visti morire centinaia fra le mie braccia con atroci sofferenze causate del rigetto, mentre la loro pelle e i loro organi si sfaldavano!”
“No certo. Ma, ti abbiamo tirata fuori dalla progettazione di Nano5#-3 per lei. Kara è importante quanto lo è il progetto stesso.”
L’anziana donna sembrava sfinita e andò a sedersi accanto la piccola.
“Io lo so perché è importante e tu? Lo sai ancora? Ormai sei ossessionato da questa piccola più della figlia di Mercurio. Dov’è che vuoi arrivare Lucio? Ormai non comprendo più il senso di questo progetto!”
“Devo andare, domani mi aspetta una giornata piuttosto impegnativa. Ti saluto Silvia. Ciao Kara!”
“Ciao nonno!”

segue il capitolo #1 . 2


Visto da: 822

Articoli correlati