“N – A – N – O” – 17° e 18° capitolo
“N — A — N — O”
t e c h n o l o g y
17°
Cap.
Il percorso sembrava infinito, l’ascensore continuava a scendere e sembrava volesse arrivare fino al centro della terra, la tensione nella ampia cabina iniziava a creare i primi disagi.
Il tremore nervoso della gamba di Galbo aumentò visibilmente, Yuri gli poggiò la mano sulla spalla sperando di interromperne l’assurdo vibrare.
Tamla iniziò seriamente a considerare la possibilità che il piano potesse saltare, era posizionato dietro il gruppo ben nascosto dallo sguardo della donna, si massaggiò lentamente il collo abbassando la testa, così facendo attivò il contatto sottopelle all’altezza della clavicola e subito dopo il dito medio lo tenne premuto a lungo la base del pollice; Yuri si accorse del gesto, un segnale che conosceva bene. Se avesse premuto una seconda volta alla base del pollice, sarebbe stato ufficiale: piano saltato, evacuazione immediata del rifugio attuale. Sarebbe andato in fumo un progetto d’attacco di tre anni.
All’interno del capannone abbandonato al porto sud dell’isola erano in attesa di notizie e di certo vedere l’improvvisa espressione di Marco lasciò senza parole i presenti. Sara non era mai stata così spaventata prima d’ora, era proprio vero, la luce rossa era rimasta fissa sul trasmettitore.
Possibile che stia per finire tutto così? Pensò la donna sconvolta.
Non poteva rimanere lì ferma, ci voleva sangue freddo e doveva avvisare tutti subito. Si voltò verso i presenti, mentre Marco iniziò a trasmettere rapidamente a coloro che erano di vedetta, in giro, nei dintorni del capannone oltre a Evi e May che erano fuori la Torre 2 in attesa del loro ritorno.
“Ascoltatemi tutti! Per favore un momento di silenzio!”
La donna attese qualche secondo per avere la giusta attenzione da parte di tutti.
“Abbiamo appena ricevuto un codice OUT da parte di Tamla, Evidentemente qualcosa o qualcuno sta o potrebbe compromettere il piano!”
Dopo un brusio generale, qualcuno urlò sconvolto dalla notizia, subito iniziarono le domande a raffica, ma Sara richiese ancora attenzione.
“Adesso dobbiamo solo essere pronti a scappare per la prossima meta che tutti ben conoscete! Vi prego tutti di aiutarvi come al solito durante il trasferimento e di stare calmi! Per noi non cambia nulla, oramai siamo abituati a spostarci anche dopo poche ore. Ne so quanto voi credetemi! Quindi vi prego solo di rimandare le domande, ora attendiamo solo il prossimo messaggio dai ragazzi e speriamo che la luce rossa non diventi blu, ma brilli due volte.”
Ci fu un silenzio dato dall’improvviso spostamento della massa di persone intente a preparare le proprie cose, lontano all’entrata della struttura Agnes e Agar erano li ferme con un espressione che chiariva pienamente la loro preoccupazione, tristezza e forse un po’ di paura per le sorti del gruppo.
Agnes guardò la giovane somala rimasta fissa ad osservare in lontananza il punto in cui Sara aveva annunciato il codice OUT.
“Agar, come ti senti?”
“Agnes perché finisce così? Non giusto! Tutta hanno lottato per nulla fino oggi?”
“Ehi! Ehi! Calma Agar ho chiesto come stai, mica di versarti addosso tutti i problemi di questo mondo!”
Agar si voltò per guardare la donna e ne trovò di contro un lieve sorriso rassicurante. La giovane ribelle si lanciò contro Agnes in un abbraccio che sperava potesse consolare il terrore che le aveva serrato la bocca dello stomaco così di colpo.
Il dito di Tamla ebbe un sussulto, fortunatamente riuscì a contenerne l’urto nel palmo alla base del pollice. Mira si era voltata improvvisamente verso Galbo che, istintivamente si ritrasse di qualche centimetro, il suo tremolio terminò, mentre la mano di Yuri scese nuovamente al suo posto.
“MI STAI INFASTIDENDO!”
La donna scorse rapidamente gli altri cinque uomini presenti in cabina, Tamla tenne bassa la testa sul lettore palmare intento, fintamente, a rileggere i propri impegni di lavoro. Amauri e Fausto tennero lo sguardo fisso sull’indicatore luminoso che segnalava gli Strati e i Piani percorsi dall’ascensore, mancava di percorrere solo l’ultimo piano e quindi ancora cinque Strati. Se proprio doveva finire così, pensò Tamla, sperava almeno di poter affrontare il nemico fuori da quella scatola ermetica.
“Tenete calmo il vostro amico! Le macchinine nella sua testa devono essergli andate in corto!” Poi lo sguardo della donna tornò su Galbo.
“O vuoi che fermi io la tua gamba?”
L’ascensore finalmente arrivò al piano terra, le porte si riaprirono, Mira era ancora ferma lì davanti Galbo. Tamla, come fosse nulla si mosse dal gruppo e passò accanto alla cacciatrice per uscire dalla cabina. Quel momento fu eterno e Tamla lo percepì quasi fosse a rallentatore, era come stordito dall’eccesso di adrenalina che gli scorreva in quel momento nel corpo.
Forse si era sbloccata quella pericolosa situazione, perché a seguirlo ci fu Yuri, Fausto e Amauri. Galbo per ultimo lasciò la cabina seguito dallo sguardo della donna.
Il gruppo si avviò verso l’uscita, mentre Mira si diresse verso il tunnel che portava alla P. G., si fermò lungo il cammino voltandosi, ancora per un istante, verso il gruppo del catering; l’uomo che aveva appena minacciato si voltò anch’egli per guardare la passata minaccia e, se ne pentì all’istante quando si accorse che anche la donna li stava fissando.
Mira continuò a seguire i loro passi mentre giungevano oramai all’uscita. La donna ripensò ad un minuto prima, a quel respiro. Lo aveva percepito chiaramente, quel ritmo sembrava in qualche modo averla turbata. Mentre ripensava iniziò a muoversi nella direzione opposta, verso il gruppo che stava per lasciare la Torre 2.
“Mira!”
La donna si voltò verso l’entrata del tunnel che portava alla P.G., era il Comandante Vincent visibilmente adirato nei suoi confronti.
“Nel mio ufficio immediatamente!”
La donna comprese quasi subito il motivo della furia di Vincent, con molta probabilità Andrei Damian aveva dato comunicazione del suo atteggiamento poco rispettoso. Prima di cambiare la propria direzione Mira diede un ultimo sguardo al gruppo del catering ormai uscito dalla Torre, vide solo sfrecciare via il furgone che li aveva portati fino a li.
“Comandante calma, calma, stavo venendo proprio da lei!”
Vincent non ascoltò minimamente le parole di Mira e si avviò verso il proprio ufficio.
Giulio riconobbe il rumore dei tacchi pesanti che portava spesso la Cacciatrice di Taglie, quella mattina l’uomo sembrava meno nervoso in attesa del suo arrivo. Forse, come in passato aveva già fatto una volta, era sua intenzione farle qualche complimento e magari questa volta con meno enfasi.
Giulio si vide passare davanti il Comandante Vincent come una locomotiva fuori controllo, immaginò che quella non sarebbe stata, per nessuno a lavoro, una tranquilla giornata. A seguire sfilo Mira con la sua classica falcata da top model strapagata. L’uomo le rivolse un timido, ciao, mentre Mira sostò qualche secondo di fronte l’uomo per prendere la consueta tazza di caffè bollente, si voltò verso Giulio e sogghignando esordì con un. “Buu!!”
Nulla era cambiato, pensò Giulio, probabilmente doveva essere fuori di se qualche ora prima quando gli aveva offerto il proprio aiuto. Si sedette e tornò a lavoro.
Mira era lì ferma immobile con in mano, sospesa, la caraffa piena di caffè. Qualcosa la frenava, forse l’odore della bevanda. Sentiva in qualche maniera che, il profumo emanato da essa la nauseasse.
In testa, come dei flash impazziti le rimbalzarono immagini degli avvenimenti capitati qualche ora prima; la propria squadra in preda a forti sofferenze fisiche, crollati a terra indifesi in quel liquido scuro che emanava lo stesso odore che fuoriusciva da quella caraffa colma di caffè che, i sensi non faticavano molto a confondere con immagini del passato e, a quella visione che la tormentava tutte le notti: migliaia di corpi immersi nel sangue.
Poggiò la caraffa senza versare una goccia di caffè, e si diresse nell’ufficio del Comandante.
Giulio era sconcertato. Pensò: due avvenimenti strani nel giro di poche ore da parte della donna di ghiaccio? Come è possibile? Sarà innamorata? NOOO! Quell’ultimo pensiero lo infastidì con sua grande sorpresa.
Galbo fu scaraventato con violenza contro il portellone del furgone, il pugno rabbioso di Tamla fu scagliato senza pietà.
“Ma che ti è preso! Stavi per mandare tutto a monte ti rendi conto? Non hai mantenuto la calma!”
Tamla era vistosamente furioso e pronto a scagliarsi con altri pugni contro il viso insanguinato di Galbo, Amauri e Fausto riuscirono a bloccarlo, dando così il tempo a Galbo di dare qualche spiegazione.
“Non ti capisco Tam. Perché te la prendi tanto, eravamo sei contro uno, potevamo agire anche in quel momento se fosse stato necessario! Qual è il tuo problema?”
Tamla respirò forte, probabilmente si sarebbe scagliato una seconda volta contro Galbo, se non fosse stato Yuri ad intromettersi fra i due. Il dottore si avvicinò, inginocchiandosi, accanto all’uomo sanguinante, avvicino la mano destra al labbro ferito e, ne tirò via il rivolo di sangue, poi passò al naso, anche lì gli tirò via la linea di sangue che scorreva sempre più copiosa. Improvvisamente strinse con le dita le narici dell’uomo. Galbo urlò forte dal dolore mentre Yuri continuava a stringergli il naso che, con molta probabilità era rotto.
“Dobbiamo fermare il sangue non muoverti!”
Galbo però continuava ad urlare, come un matto dal dolore facendo spaventare persino May e Evi che li portava di gran fretta al capannone.
“Mi fai male maledetto medico del cazzo lasciami!”
Yuri teneva Galbo bloccato a terra mentre continuava a stringergli il naso.
“Ascoltami bene STRONZO! Qui sono in gioco le vite di oltre trecento persone che hanno abbandonato tutto per questa causa. E tu! Tu non rovinerai tutto con la tua infinita incapacità siamo intesi? Il nostro scopo…dovresti saperlo…”
Il dottore strinse ancora un po’ il naso dell’uomo fra le sue dita.
“…è prima di tutto mostrarci a tutto il mondo, poi…agire e colpire il nostro obbiettivo! Ti è chiaro?”
In preda alla sofferenza Galbo riuscì comunque a dire si con la testa. Yuri lasciò finalmente andare l’uomo e subito dopo chiese a Fausto di passargli la sua borsa per curarlo. Galbo, li seduto a terra nel furgone aveva entrambe le mani sul naso dolorante mentre fissava Tamla, il capo ribelli ne trasse una sfida da parte dell’uomo, ma quello non era ne il momento ne il luogo adatto, avrebbero chiarito in seguito le questioni personali. La cosa più importante ora era essere usciti indenni dalla Torre 2.
Tamla rilassò le braccia tanto da far decidere Fausto e Amauri di non trattenerlo ulteriormente. L’uomo approfittò per segnalare al resto dei ribelli lo scampato pericolo; bastò schiacciare prima con la mano all’altezza della clavicola e successivamente premere due volte alla base del pollice per scongiurare il codice OUT
Intanto al porto sud l’entusiasmo per lo scampato pericolo era irresistibile.
“Mira cercherò di stare calmo, a patto che tu mi dia una spiegazione esauriente del perché non era presente la tua squadra per la verifica! So che non sopporti Damian…tu non sopporti nessuno PER LA MISERIA! Il Vicepresidente, dopo avermi accennato al tuo comportamento inaccettabile, mi ha anche parlato della promozione di un certo Ian Bashir che a quanto pare allenerà e guiderà in futuro le Guardie delle Torri per trasformarle probabilmente in una squadra di nuovi cacciatori di taglie! Mira! Damian è intenzionato a sbatterti fuori dalla squadra e tu lo stai aiutando a prenderti a calci in culo!”
Vincent era in piedi davanti Mira, la donna, inaspettatamente non fiatò per qualche secondo, quello bastò al Comandante Vincent per capire che qualcosa era andato storto.
“Credo sia meglio che mi sieda, ho come l’impressione che stai per raccontarmi una storia poco piacevole.”
Mira si avvicinò alla finestra di quell’ufficio che non mostrava un piacevole panorama, essendo collocato al piano terra e internamente alla costruzione, ciò che vedeva era un’immensa ragnatela fatta da condotti di passaggio che legavano le tre Torri fra loro, di tanto in tanto ne riusciva a scorgere angoli di cielo.
Quell’ufficio non le era mai piaciuto, le metteva ansia mista a tristezza, si rasserenò quando, in quei tagli di luce, intravide un volatile sorvolare le Torri, doveva essere lei, la stessa aquila che più o meno tutti i giorni scorgeva dalla grande finestra della sua stanza da letto. In qualche modo le teneva compagnia.
“Vin credo stia succedendo qualcosa. Che mi stia succedendo qualcosa!”
Mira raccontò l’accaduto in tutti i suoi particolari, Vincent era evidentemente scioccato per ciò che sarebbe potuto succedere. Era la prima volta dopo oltre 37 anni che accadeva una cosa come quella.
Il Comandante cercò comunque di trovare una spiegazione plausibile, mentre percorreva in lungo e largo il proprio ufficio
“Quello che è accaduto 37 anni fa non ha nessun legame con ciò è successo prima!”
“Questa è una tua supposizione Vin, ti stai basando su fatti che non conosciamo pienamente. Anzi non conosciamo affatto!”
Mira era inflessibile e diretta, mentre il passo del comandante era sempre più rapido e nervoso.
“Quello che accadde era strettamente legato al tuo stato d’animo momentaneo e questo credo sia ormai certo. Oggi non è successo nulla che lasci presupporre un minimo di legame col passato!”
“Stronzate Vin e lo sai bene! La causa scatenante potrebbe essere stata un’altra.”
Vincent si voltò verso la donna, visibilmente in ansia.
“No Mira NO! So bene quello che ha scatenato quel massacro 37 anni fa! Credimi non è legato a nulla di ciò che ti è accaduto oggi.”
Mira fissò l’uomo senza accennare a nessun tipo di espressione che lasciasse trapelare il suo stato d’animo.
“Cara ascolta. Io…credo di doverti una spiegazione. Ti prego di perdonarmi per quello che ti dirò. Ma era l’unico modo per proteggerti e proteggerci tutti noi!”
18°
Cap.
Era ormai pomeriggio, l’orologio segnava le 17:30 e al porto sud erano in pieno fermento.
Ancora poco più di un giorno separava l’attacco dei ribelli alle Torri di Rebirth. Ciò avrebbe sconvolto il mondo intero mostrando a tutti un lato oscuro del progetto di Manfredi legato alle nanomacchine. Non era tutto, quell’arma, così tanto voluta dal capo dei ribelli Tamla, sarebbe stata finalmente nelle mani dei ribelli.
Sara non comprendeva pienamente la scelta di Tamla, ma aveva fiducia in lui e credeva in ciò che gli aveva svelato qualche anno prima della propria vita e su ciò che avrebbe voluto per il mondo intero. Sara ricambiò totalmente la sua fiducia raccontandogli il proprio passato.
Nessuno avrebbe mai giurato che i due fossero una coppia, eppure, il rapporto di totale fiducia e feeling che intercorreva fra i Tamla e Sara, legava entrambi. Un filo sottile, invisibile forse la causa comune che affrontavano giorno dopo giorno aveva ulteriormente rafforzato fra i due il legame che sembrava non esprimersi mai in nessun tipo di effusione.
Forse non sarebbero mai stati una vera e propria coppia o forse lo sono sempre stati. Un tipo di rapporto, il loro, differente dagli stereotipi comuni, un rispetto l’uno per l’altra che andava ben oltre l’essere innamorati.
Agnes era fuori dal capannone a guardare il cielo, seguita dalla piccola Astrid.
“Cosa fai Agnes? Aspetti che ritorna Lia? Dai andiamo a piantare qualcosa nel giardino ti va?”
“Astrid siamo stati qualche ora fa giù nei condotti e poi non abbiamo più spazio per piantare nulla al momento.”
“Per forza ci sono quei brutti cactus che occupano tutto lo spazio dei miei fiori!”
Astrid era imbronciata e solo allora la donna calò lo sguardo verso la piccola, sorridendole.
“Non dovresti giudicare una cosa o qualcuno solo dal suo aspetto…”
Agnes guardò nuovamente il cielo e lanciò uno strano suono vibrato all’interno di un microfono attaccato all’orecchio sinistro. Invocava un nome, Lia. Sembrava un suono una sola nota musicale, piacevole all’udito. Subito dopo si voltò nuovamente verso la bambina.
“Sai che con quei – brutti cactus- come li chiami tu, riesco a preparare delle medicine utili a tutti? La tua febbre l’ho curata proprio con quelle medicine.”
Astrid seguì il discorso di Agnes con estrema attenzione.
“Avevano un saporaccio però!”
“Allora il dottor Yuri sarà contento che gli prepari tante medicine per noi? Ora che ci penso quei cactus non sono tanto male Agnes!”
La donna scoppiò in una delle sue rumorose risate nel vedere l’espressione buffa della bambina.
“Sei fenomenale! Hai cambiato idea in un batter d’occhio. Guarda cosa ti regalo. Questa è una vecchia, vecchia macchina fotografica che fa anche piccoli filmati. L’abbiamo trovata fra le macerie durante una perlustrazione. Marco l’ha rimessa a posto. Ecco! C’è abbastanza memoria per girare ore e ore quello che vuoi.”
Astrid era felicissima per quel regalo inaspettato, iniziò a saltare intorno la donna poi l’abbraccio fortemente.
“Grazie Agnes ti voglio bene!”
“Ah bah! Mi auguro a prescindere…”
Un’altra risata chiassosa della donna ruppe il silenzio in quello spazio desolato. Lo sguardo di entrambi si rivolse poi al cielo quando sentirono un grido provenire dall’alto. Un’aquila piombò in picchiata verso le due presenze al suolo, Astrid fece tre passi indietro mentre Agnes allungò il braccio destro dove aveva indossato un guanto piuttosto spesso lungo fino all’avambraccio. La piccola aquila dalla testa bianca atterrò maestosamente sul suo braccio. Il rapace era di grandezza media rispetto ad un aquila adulta di quella razza, portava nel proprio becco uno strano essere, sembrava un verme più grosso del normale. Nella fase finale dell’atterraggio lasciò poi cadere dalle zampe una serie di quegli strani vermi verdi con strisce grigio scuro.
In tutto ne aveva con se cinque, mentre l’ultimo che teneva stretto nel becco lo lasciò nella mano di Agnes.
“Brava piccola, brava la mia Lia. Astrid raccolse velocemente quei vermi dal suolo senza alcun timore e corse nel capannone.
“Ciao Lia me ne vado a presto!”
Agnes guardò la piccola correre all’interno della struttura poi si rivoltò verso il rapace.
“Piccola Lia ho l’impressione che stiano aumentando i controlli vero? Sei stata brava…ecco!” Lanciò verso il becco dell’aquila un pezzo di carne, come premio per il lavoro svolto.
Silvia e Tamla, insieme agli altri elementi del gruppo d’attacco erano riuniti fuori l’infermeria e discutevano da tempo sull’accaduto, ma soprattutto su ciò che sarebbe avvenuto da lì a poche ore. Galbo era visibilmente amareggiato, il suo silenzio parlava per se. Il viso gonfio gli faceva male, ma ancora più male era la brutta figura che, secondo Galbo, il capo dei ribelli gli aveva fatto fare davanti gli altri.
Irruppe nella discussione Astrid che buttò a terra quegli strani esseri verdi. Fausto si fece avanti e ne raccolse uno. Era lungo più o meno dieci centimetri, la caratteristica di questi vermi erano le oltre trecento piccole zampine di metallo duro spesse ognuna quanto un ago che, permettevano loro di muoversi ovunque e rapidamente.
Le piccole zampe appuntite non erano l’unica parte metallica, il rapace portandoli stretti nelle proprie zampe ne aveva spezzati un paio mostrandone l’interno. Al centro dei corpi nascondevano un’anima metallica.
Si avvicinò infine anche Agnes lanciandone a terra l’ultimo restituito dal becco di Lia.
“Oggi ha fatto caccia grossa ragazzi!”
Agnes era particolarmente seria.
“Astrid per favore puoi lasciarci soli qualche minuto?”
La piccola olandese obbedì senza fiatare.
Amauri rispose all’affermazione precedente di Agnes.
“E’ la prima volta che la tua aquila ne cattura così tanti e tutti in una volta sola, devono aver aumentato i controlli. Ora, resta da capire se hanno sospettato qualcosa del nostro intervento alle Torri o semplicemente l’aumento della sorveglianza è data dall’imminente G 30.”
Yuri rispose al giovane Amauri:
“Dovevamo aspettarcelo, in fondo Tamla ha voluto farsi una bella pubblicità prima di attaccare le Torri, solo uno sciocco non avrebbe aumentato la sorveglianza.”
Sara vedeva pian piano sfaldarsi i corpi di quegli strani vermi. Sembrava che i componenti non riuscissero più a tenersi legati tra loro.
“Tamla, forse è meglio iniziare a nascondere tutti.”
Tamla ascoltava in silenzio il discorso di tutti i presenti, fu Fausto, l’ultimo ad intervenire. “Tam, direi che è giunto il momento di far rifugiare tutti i Ribelli nella sacca di contenimento anche se non è pronta al 100%. Abbiamo bisogno di sapere che sono tutti al sicuro. Dopo il nostro attacco il Governo cercherà in ogni modo di spezzarci.”
Fausto voltò per un attimo la testa verso la folla raccolta nel capannone, poi la rivolse nuovamente ai compagni.
“Agli occhi del mondo siamo semplici manifestanti che combattono contro il progresso, credo che a Manfredi i Ribelli fino ad oggi gli abbiano fatto comodo, tuttavia, da domani il discorso cambierà il mondo conoscerà la verità e Manfredi vorrà farci sparire dalla faccia dell’isola!”
Amauri rispose quasi combattivo all’affermazione di Fausto.
“Non potrebbe mai accadere! L’opinione pubblica inizierebbe a chiedersi che fine abbiamo fatto dopo l’attacco.”
“Amauri, non ci presenteremo tutti e trecento alle Torri! Alla P.G. e ai Cacciatori di Taglie basterà uccidere gran parte dei Ribelli e fare il lavaggio del cervello ai restanti!”
Fu la volta di Sara.
“Fausto, purtroppo la sacca contenitiva, come dicevi, non è ancora pronta, ci lavorano solo quindici fra uomini e donne e al momento sono riusciti a liberare nuovamente solo la prima uscita dopo il crollo strutturale. Non possiamo rischiare di fare la fine dei topi in trappola!”
“Sara, ragazzi ascoltatemi, Fausto ha ragione..”
Agnes prese la parola.
“…è il momento di abbandonare i porti, i capannoni, le case semidistrutte ed entrare finalmente nel nostro rifugio definitivo. Sara, abbiamo chi controlla il territorio circostante e abbiamo Lia che controlla dall’alto movimenti sospetti. Possiamo farcela, anzi insieme giù nella sacca contenitiva potremmo tutti dare una mano per completare i lavori ora che è stato liberato abbastanza spazio per tutti noi.”
Tamla seguì con attenzione le parole di Agnes, l’uomo aveva preso la sua decisione già da tempo.
“E’ deciso, stanotte tutti si trasferiranno nella sacca di contenimento, mentre noi cinque con Sara e Marco alle comunicazioni, resteremo in questa struttura fino all’attacco!”
Tamla si rivolse poi a Fausto.
“Riguardo i vermi spia…so che non abbiamo più contatti da Nuova Napoli con Leone, ma in attesa di sapere qualcosa su questi esseri, ti sei fatto un’idea di cosa possano essere?”
“Tamla, speravo nelle ricerche di Edo e Cleo da Nuova Napoli hai ragione. Quello che posso dirti e che non si tratta di semplici mini robot lanciati contro il nemico. La struttura interna non è riconoscibile dalla nostra attuale scienza. Quello che penso adesso non ha importanza se non ha un riscontro scientifico che mi permetta di avvalorare le mie tesi. Però…se fosse quello che penso, non basterà il nostro attacco per fermare Manfredi, non basteranno gli esseri umani.”
Le parole di fausto arrivarono come un fendente al cuore e allo stomaco dei presenti.
Dalla tenda dell’infermeria si affacciò Silvia che aveva ascoltato tutto.
“Anche io rimarrò con Sara e Marco, sarò di certo d’aiuto e…mi farò perdonare del casino che ho combinato ieri.”
Non era il momento di discutere con Silvia, la sua fermezza avrebbe di certo fatto perdere tempo prezioso e così accettarono anche la presenza della ragazza.
Steso sulla lettiga, Cayco aveva ascoltato insieme a Silvia tutto il piano previsto dai ribelli.
La giovane spia combattente iniziava pian piano a riprendere le forze, stringeva e rilassava continuamente i pugni e i muscoli di tutto il corpo per assuefarsi al dolore che sembrava svanire di minuto in minuto. Di certo i medicinali a rilascio ritardato iniettati dalla dottoressa Florakis aiutavano a velocizzarne la guarigione e sopportare meglio il dolore. Ancora non riusciva a vedere se non una tenue luce, tutto il sangue raccolto negli occhi premeva contro i nervi e ciò non gli permetteva ancora di vedere ed era l’unico ostacolo che lo teneva ancora buono.
L’adrenalina iniziò a percorrere tutto il suo corpo e lo aiutava a sentire ancora meno il dolore, il respiro aumentava quasi come stesse soffocando, poi la voce di Silvia placò tutto.
“Cayco, cosa ti succede ti senti male?”
La ragazza si avvicinò al giovane e gli poggiò una mano sulla fronte, l’altra sul braccio. Il giovane non comprendeva pienamente la mancanza di forze che le provocava la presenza di quella ragazza, di cui aveva sentito fino a quel momento solo una voce e l’odore della sua pelle. Questa volta però provò, insieme alla sensazione di disarmo anche disagio; Cayco si voltò dalla parte opposta, lasciando Silvia spiazzata.
“Sto bene puoi andare!”
“Cayco, sicuro che stai bene come dici, sono qui per aiutarti!”
“Vattene ti ho detto!”
Era stato come ricevere un pugno nello stomaco per la ragazza che si diresse subito verso l’uscita.
“Ehi! Io…scusa io ho bisogno di stare solo…dovrei…capito? Dovrei…”
Silvia riprese subito il sorriso imbarazzata per non aver compreso l’esigenze del ragazzo. “Certo che stupida sono, scusa! Vuoi una mano?…Che sto dicendo! Scusa vado via ti lascio solo!”
L’imbarazzo di Silvia era evidente anche per Cayco che non poté vedere la scena. La ragazza uscì di corsa dalla tenda completamente rossa dalla vergogna.
Alessio da grande distanza vide uscire di corsa Silvia dalla tenda e subito dopo si diresse a vedere cosa fosse successo. Entrò in infermeria minaccioso.
“Tu che cosa hai detto a Silvia per farla fuggire così? Guarda che qui sei capitato male, non puoi fare tutto quello che vuoi chiaro!”
Cayco si voltò verso Alessio, il giovane fece due passi indietro visibilmente scioccato da ciò che vedeva. Un corpo ricoperto da migliaia di croste e due occhi iniettati di sangue che lo fissavano. Uscì dalla tenda senza aggiungere altro.
Cayco lanciò via il lenzuolo, cercò di scendere dalla lettiga, completamente nudo, cercò di muoversi in quel piccolo spazio cercando i propri vestiti, ma dopo il primo passo si rese conto di avere un catetere applicato che gli impediva il movimento. Istintivamente tentò di strapparlo via, ma un dolore lancinante lo fece tornare in se, fuori dalle tende dell’infermeria Alessio venne attirato dai rumori che ne provenivano e con molta cautela tornò indietro a verificare. Trovò il ragazzo inginocchiato a terra sul proprio catetere. In preda al panico Alessio si lanciò verso Cayco per aiutarlo a rialzarsi, ma il giovane ferito lo respinse malamente.
“Brutto scemo ti sto dando una mano lo capisci o no?”
A quel punto prese coraggio e tenne il sangue freddo, si lanciò nuovamente su Cayco prendendogli un braccio, temeva di fargli del male perché al più piccolo tocco le croste venivano via mostrando la pelle fresca appena rimarginata.
“Devi darmi una mano anche tu, pesi lo sai? Forza rialzati dai!”
Riuscì a farlo sedere sulla lettiga.
“Ma che cercavi di fare?”
Gli occhi rosso sangue di Cayco scrutavano ogni ombra ogni filo di luce nel vuoto.
“Toglimi questo! Voglio i miei vestiti!”
Cayco fece segno sul tubo del catetere, Alessio entrò nuovamente in panico, non sapeva proprio che fare.
“Ascolta aspetta solo qualche minuto, non so come si toglie quel coso dal coso…non muoverti chiamo qualcuno.”
Come un lampo Alessio corse fuori a cercare aiuto, l’unico che in quel momento scorgeva e che poteva aiutarlo era Tamla.
“Ehi, Ehi! Tam aspetta fermati! Il ragazzo! Vuole… è impazzito! Vuole i suoi vestiti e vuole che gli tolgano quel tubo aiutami! Non vedo il dottor Yuri!”
Tamla diede uno sguardo rapido intorno a se, aveva appena lasciato il gruppo.
“Alessio calmati, bastava contattare Doc con il trasmettitore.”
Alessio si sentì uno stupido, mentre Tamla decise di intervenire egli stesso dopo aver chiesto il parere di Doc.
“Facciamo riposare Yuri ne ha bisogno, ci penso io!”
“Cayco calmati e stenditi, farò come dici però devi rilassarti e fidarti. Alessio vai da Agnes e chiedile abiti per il ragazzo”
“Corro!”
Tamla iniziò a disinfettarsi le mani, subito dopo le infilò in una scatola dove ne uscì una nuvola bianca che ricoprì le sue mani come fossero guanti chirurgici. Tirò fuori da un cassetto una grossa siringa senza ago.
“Rilassati ragazzo, ti toglierò io l’affare.”
Tamla infilò il beccuccio della siringa in una doppia uscita del catetere destinato al riempimento di un palloncino che teneva fermo il catetere all’interno del corpo. Ne tirò fuori un liquido bianco, di certo fisiologica.
“Ora ti farà un po’male, cerca di resistere. Purtroppo dobbiamo far uso di questi aggeggi obsoleti non abbiamo il materiale adatto che sostituisca il catetere. Quanto meno è efficace di questo puoi starne certo i vecchi metodi funzionano sempre. Sei pronto?”
“Tu non sei il dottore, però ricordo la tua voce.”
Tamla iniziò a sfilare il tubo del catetere lentamente.
“Hai dormito tutto il tempo per questo non abbiamo avuto modo di parlare, sono Tamla!” Cayco fulmineo bloccò il braccio dell’uomo con una presa stretta.
“Ti sto facendo male? Resisti ancora un po’ne manca ancora qualche centimetro.”
Cayco aveva al suo fianco l’uomo che avrebbe dovuto uccidere, un occasione unica, irripetibile quella di eliminare il capo dei ribelli che per anni invano avevano cercato di catturare. Era lì e anche in quelle condizioni, al ragazzo sarebbe bastato un istante per eliminarlo. Era li, pensò; con un balzo gli avrebbe potuto spezzare il collo usando la forza delle gambe, ma qualcosa lo fermava, forse non era quello il momento opportuno, doveva introdursi nel gruppo come ordinato da Andrei Damian, doveva stare calmo. Rilassò la presa al polso di Tamla e permise all’uomo di sfilargli completamente il catetere.
“Ecco fatto! Ti brucerà per qualche giorno, ma non credo che sia il male peggiore al momento. Cayco. Spero riusciremo a fare due chiacchiere non appena ti riprenderai, vorrei che mi raccontassi cosa ti è successo in quelle Torri.”
Entrò come una furia Alessio che portò con se un pantalone nero molto largo e un maglione. “Per il momento pensa a riprenderti. Alessio ti guiderà verso un angolo tranquillo dove potrai riposare se non vuoi restare qui in infermeria d’accordo?”
Il ragazzo acconsentì mentre Alessio gli passò gli abiti.
“State pronti, stasera vi trasferirete tutti da un’altra parte. Alessio affido a te il ragazzo ok?”
Tamla uscì dalla tenda lasciando soli entrambi.
“Sparisci non ho bisogno di qualcuno che mi guardi il culo!”
Alessio rimase visibilmente male dalle parole ingrate di Cayco.
“Veramente il tuo culo è in bella mostra da un po’e credimi non è un bello spettacolo! Comunque ho ricevuto degli ordini da Tamla e non ti lascerò nemmeno un istante, lamentati pure, io non mi scrollo da qui!”
Cayco indossò un pantalone nero piuttosto largo e un maglione fatto di lana pura, un materiale che non aveva mai indossato sulla propria pelle e che gli fece un strano effetto, un benessere che gli pervase tutto il corpo rilassandone lentamente le membra. Anche il profumo era differente dal solito odore che permeava le proprie divise. A tutti quei profumi ne mancava uno che ormai conosceva bene, quello della ragazza che si prendeva cura di lui, lei si chiamava Silvia.



